Pioggia Lucana

La parola Lucania per me ha sempre avuto un significato di mistero, isolamento e superstizione, tutta colpa (o merito) delle letture che ho svolto su questo antico territorio, in particolare gli scritti antropologici di Ernesto de Martino e il favoloso "Cristo si è fermato a Eboli " di Carlo Levi.

Mi immaginavo luoghi nascosti e pittoreschi, foreste oscure, rocche medioevali e gente verace dedita alla fatica del lavoro ma con un forte fervore religioso.

Non si sente quasi mai parlare di Basilicata ed anche internet offre pochi spunti interessanti, tutto questo mi ha affascinato ancora di più.

Domenico, un collega di origini lucane, mi aveva parlato del suo paese natio, dal quale la sua famiglia si era trasferita quando lui aveva appena due anni.

Dei suoi racconti mi avevano toccato le figure dei genitori.

Il padre faceva il sarto e aveva trovato lavoro in una ditta di confezioni nella provincia di Lucca.

Era un'amante della fisarmonica che suonava magistralmente in tante occasioni; la dote e la passione per la musica sono parte caratteristica delle persone del Meridione; tante volte ho conosciuto barbieri musicanti, contadini che suonano il violino e molti giovani praticanti.

La mamma di Domenico è più nostalgica del marito, mantiene ancora la sua vecchia casa a Chiaromonte, il suo piccolo borgo sui monti a nord del Pollino, fino a qualche anno fa sognava ancora di poter tornare a casa.

 

Un giorno di agosto, io e Claudio, siamo partiti per un tour fotografico che consisteva nel percorrere la regione dal basso verso l'alto, prediligendo la scoperta dei borghi dell'interno montano.

Dopo quasi otto ore di macchina, verso sera, arriviamo a Chiaromonte dove pernotteremo.

Prima di cena giriamo a piedi nelle viuzze paesane fino alla casa di Domenico.

Gli telefono e mentre gli invio fotografie penso che l'elettronica abbia portato anche cose buone e piacevoli; la mamma rivedrà dopo anni la sua casa.

Verso sud guardando le nere vette del Pollino, verso la Calabria, si vedono i bagliori di un temporale, per noi quasi una premonizione di ciò che ci aspetterà nei giorni a venire.

Il mattino dopo inizia il vero e proprio tour lucano.

Partiamo presto per San Costantino Albanese, paese di etnia Arberesche.

Gli Arberesche in pratica, sono albanesi che a partire dal 1500 e per ondate continue, migrarono in Italia del Sud a causa dell'invasione Ottomana dei balcani.

Gli Albanesi d'Italia hanno le loro tradizioni e molte caratteristiche culturali: nella lingua (albanese), nella religione (rito greco-bizantino), nei costumi, nella musica e nelle feste religiose.

Nel meridione d'Italia si sono collocati un po' ovunque nei secoli, dagli Abruzzi alla Sicilia ma la comunità più numerosa si trova in Calabria e in particolare nella provincia di Cosenza.

I paesi di San Costantino e San Paolo Albanese si trovano uno di fronte all'altro nella valle del fiume Sarmento, le cui acque attraversano un ampio letto sassoso tipico delle "fiumare" meridionali.

San Costantino ci accoglie con le tipiche scritte arberesche sui cartelli stradali e la sua chiesa greco-bizantina; è domenica ma è ancora presto per la messa.

Prima di ripartire parlo con un minuto e sveglio signore anziano che mi chiama da una panchina: << Vuoi fotografare qualcosa di bello?>> mi dice mimando con una strizzata d'occhio il click, << Come no!>> rispondo.

<< A casa mia ho tante colombe che ho allevato come figli, le libero e loro vanno dove gli dico di andare e tornano quando le chiamo!>> ci dice orgoglioso gesticolando con le mani.

Mi mostro interessato, sarebbe bellissimo poter raccontare con le foto una cosa simile ma purtroppo l'invito che ci propone è per il pomeriggio.

Dispiaciuti non possiamo accettare, perderemmo tutto il giorno e il programma del nostro tour è molto fitto di tappe.

A San Paolo c'è aria di festa, parlando con un passante, veniamo a sapere che dopo la messa si svolgerà una processione paesana.

Dalle caratteristiche vie di questo borgo pianeggiante vediamo avvicinarsi alla chiesa delle vecchiette vestite con costumi albanesi tipici di questi luoghi.

Di singolare bellezza, il costume tradizionale viene indossato dalle donne, sopratutto anziane, in particolari ricorrenze come i matrimoni, i battesimi, la Pasqua e per la ricorrenza del santo patrono.

Questi costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l'antica simbologia orientale, alcuni, mediante il ricamo.

All'uscita della chiesa, il sacerdote, greco-bizantino, accompagnato da alcuni chirichetti e fedeli, scende verso la parte bassa del paese e in un altra chiesa il gruppo fa una sosta per prendere i fercoli della Madonna e di San Rocco.

Inizia così il breve corteo che si snoda per le silenziose vie del paese, tra i canti tipici albanesi che si elevano dalla gente in processione.

Nel primo pomeriggio ci dirigiamo velocemente verso Tursi, paese antico e arroccato, antica capitale bizantina.

Le abitazioni diventano più antiche quanto più si sale in alto ma il tempo è tiranno e dobbiamo ripartire con la voglia di tornarvi prima o poi.

Corriamo a Teana per assistere al "Ballo delle Gregne".

Le "gregne" sono singolari costruzioni, alcune di notevoli dimensioni, fatte con le spighe di grano e a forma di emme.

Queste sculture di spighe simboleggiavano l'omaggio che, nella cultura pagana, il contadino offriva alle divinità.

Un forte e freddo temporale provoca il ritardo della festa; un'ora dopo, nonostante il buio la processione esce per le vie paese.

Dietro le statue della Madonna e del santo patrono, una successione di uomini e donne portano sulla testa le gregne dandosi spesso il cambio a causa della pesantezza.

Più tardi nella piazza della chiesa, al suono delle fisarmoniche si svolgerà il tradizionale ballo che vedrà i ballerini districarsi fra balzi e piroette nonostante il peso delle gregne sulla testa.

Concludiamo questa bella giornata con una buona cena in una tipica trattoria trovata fortunosamente per strada.

La fortuna si farà desiderare subito dopo quando, a causa di una cattiva informazione, scopriremo che il nostro alloggio dista 15 km da Aliano; luogo dove desideravamo pernottare.

 

Il giorno dopo, lunedì, non sarà brillante come la domenica.

Visitiamo Guardia Perticara, borgo consigliato dai migliori siti di turismo ma ne rimaniamo delusi.

Tutto è fiorito, imbellettato, ristrutturato accuratamente; le case, le insegne, i cartelli, la stessa strada profuma di nuovo.

Dovè la poesia, il pittoresco, la vità?

Mi sembra di essere in un paese ricostruito dopo il terremoto o peggio ancora in quei villaggi outlet che si trovano un po' ovunque lungo le autostrade.

Ce ne andiamo verso le dolomiti lucane, dove nei rinomati borghi di Castelmezzano e Pietrapertosa, ci troviamo in balia di pullman, navette, fastfood  e negozi di cianfrusaglie turistiche.

Il turismo di massa è arrivato anche nell'antica Lucania.

Un po' delusi ci troviamo ad ammirare la bellezza delle montagne mentre nel cielo guizza veloce un "cosmonauta" agganciato ad un cavo d'acciaio.

Si tratta del "Volo dell'angelo" una nuova e dinamica forma di turismo che nei suoi requisiti certamente non prevede la contemplazione.

Dopo, nel pomeriggio inizia un forte temporale che si protrarrà fino a notte.

Paesi come Accettura e Stigliano ci passano davanti insieme al temporale, proviamo a fare due passi ma le strade sono fiumi e ben presto ci troviamo bagnati e infreddoliti.

Arriviamo ad Aliano in serata.

Con l'ombrello facciamo un giro nel paese vecchio,dove riconosco piacevolmente la casa dove fu ospitato Carlo Levi, la fontana del paese e il volo del Bersagliere, il dirupo che si apre minaccioso sotto il borgo.

Nel silenzio della sera si sente solo lo scroscio della pioggia; appoggiato ad un vecchio muro mi perdo nei pensieri; immagino la gente così come l'aveva conosciuta Levi, la semplicità di quella vita di paese, la povertà e il miglioramento di quelle condizioni in un meridione che attraversa anche oggi tante difficoltà e ristrettezze.

Un brivido di freddo, dovuto all'umidità mi fa stringere nei vestiti; siamo in agosto ma sembra ottobre.

Il nuovo centro del paese è buio e desolato, vediamo solo due luci accese; una è una bottega di generi alimentari nella quale gesticolano due signore, accanto c'è un bar, vi entriamo per ripararci.

Appena mettiamo un piede dentro, il brusio delle voci si placa di colpo.

Una decina di uomini di età indefinita, con barbe incolte e sigaretta in bocca, ci guardano allibiti.

<< Buonasera>> dico, qualcuno fa dei cenni con la testa,

<< brutta serata e'?>> riprendo; chi mi risponde è il barista che ci prepara due caffè non prima di chiederci chi siamo e da dove veniamo.

<< Aspettiamo agosto per vedere qualche visitatore ma con questo tempo non viene nessuno>> dice sorridente.

Gli chiediamo un posto per cenare e più tardi ci ritroviamo in un appartamento privato adibito a trattoria dove gustiamo alcuni piatti originali.

A tavola non ci piove!

 

Al mattino troviamo un sole splendente.

Scendiamo a sud e alle nostre spalle vediamo che nel massiccio delle Dolomiti stà probabilmente piovendo.

Arriviamo a Craco, il paese fantasma e riusciamo ad inserirci in una visita guidata dentro le rovine.

Craco è un paese antico che è stato evaquato dai residenti nel 1963 a causa di una frana, provocata da lavori per le reti fognarie e idriche.

Nel 1980 dopo il terremoto, non vi abitava già più nessuno.

Ci mettiamo dei caschetti di sicurezza ed iniziamo una passeggiata dentro il centro storico.

Apparte la Chiesa e un palazzo antico non c'è rimasto granchè in piedi.

Da una finestra del palazzo ammiriamo un sognante paesaggio delle colline sottostanti.

Durante il ritorno noto un signore che svicola attraverso due case, lo seguo.

E' il garzone di un pastore che abusivamente si è appropriato di un palazzo settecentesco e lo usa come ovile per le sue pecore.

Gli faccio un cenno e lui m'invita ad avvicinarmi e mentre si stà accendendo una sigaretta gli scatto una fotografia.

Nel pomeriggio visitiamo una deserta Pisticci, paese conosciuto per le sue casette bianche ma non ne rimaniamo colpiti.

Arrivando sulla via Basentana, che collega Potenza a Metaponto, sullo Ionio, andiamo a visitare Miglionico, borgo conosciuto principalmente per il suo castello medioevale.

Dopo pochi minuti siamo colti da un forte acquazzone che ci sorprende senza ombrello.

L'acqua mi entra nelle scarpe, aspettiamo che cessi di piovere in un bar e poi ci incamminiamo verso mare.

A Bernalda ci fermiamo all'albergo, ci cambiamo gli abiti e dopo una rinfrescata andiamo a fare quattro passi nel centro del paese.

Facciamo qualche foto a dei signori seduti fuori da un circolo e chiediamo notizie e curiosità sull'illustre regista Francis Ford Coppola che qui ha le sue origini e alcune case di proprietà.

La sera mangiamo del buon pesce in un locale di Metaponto, luogo turistico ahimè spopolato a causa della cattiva stagione di questa estate piovosa.

 

Oggi è il giorno più importante della vacanza.

Ci aspetta una festa tradizionale molto sentita a Oliveto Lucano, paese montano che si trova all'interno del Parco naturale di Gallipoli-Cognato.

Così come in altri centri dell'interno della Basilicata, a Oliveto Lucano si svolge la festa del Maggio, antico rito arboreo di origini pagane affiancato alla festa religiosa di San Cipriano, protettore del paese.

"Maggio" viene chiamato il fusto di un albero di cerro, che la settimana prima della festa viene abbattuto, ripulito e trainato in paese; nello stesso giorno viene tagliata anche la "Cima" che altro non è che un alberello di agrifoglio.

Oggi, il giorno della festa di San Cipriano, il Maggio (lo sposo) e la Cima (la sposa) vengono innestati insieme ed eretti nella piazza del paese.

Prima di arrivare a Oliveto facciamo una visita a Grassano, luogo legato alle vicende di Carlo Levi dove troviamo la casa presso cui lo scrittore trascorse un periodo del suo esilio.

Arriviamo a Oliveto sotto una forte pioggia.

Dalla collina dove si erge la chiesa, l'acqua scende violenta.

I vicoli diventano ruscelli impetuosi.

Da un pullman scendono svelti i musicisti di una banda e vanno a ripararsi dove meglio possono chi dentro una casa, chi sotto un terrazzo.

Nella piazza si aggira un uomo ubriaco; il tale, probabilmente eccitato dalla presenza di tante facce nuove, cerca di attaccar discorso con chiunque incontri; incurante di stare sotto la pioggia e senza ombrello, parla, mentre i suoi capelli, appiccicati alla fronte, gocciolano in continuazione e i suoi vestiti sono inzuppati d'acqua.

Io e Claudio riparandoci alla meglio dalle intemperie saliamo verso la Chiesa dove la messa è già iniziata.

Nell'attesa decidiamo di dividerci: lui rimarrà davanti alla chiesa per fotografare l'uscita dei santi Cipriano e Rocco, io andrò nel luogo dove tireranno su il Maggio.

Infatti, in contemporanea con l'uscita dei santi, alcuni giovani volontari, per mezzo di un argano, alzeranno il grosso tronco d'acero.

Ridiscendo velocemente nella piazza del paese ma ad un certo momento scivolo sul muschio e mi aggrappo con la mano sinistra ad un davanzale; sembra di camminare sull'olio!

Arrivo sotto la pianta e vi trovo sette o otto giovani paesani sporchi di fango fino al collo.

Sono sconsolati.

Hanno fatto un paio di tentativi ma il terreno è scivoloso e la poca forza che riescono ad esercitare non gli consente di alzare il Maggio.

Si riposano un po' mentre fumano, qualcuno, risoluto, fa la conta degli assenti.

<< Quando c'è da festeggiare ci siamo tutti ma quando si lavora....siamo sempre gli stessi quattro gatti>> dice polemico.

<< C'è a chi il paese non interessa più.....>> aggiunge un vecchio.

<<... gli basta di venire a farsi belli con la macchina nuova!!>> fa eco un'altro.

Un muro di pioggia si abbatte su di noi, la nebbia scende bassa e la chiesa sul colle a tratti scompare nelle nubi.

<< La messa è finita, forza!!!>> urla uno degli anziani che coordinano le operazioni.

I giovani si mettono all'opera sotto l'argano e in gruppo forzano faticosamente le leve per tirare le funi.

L'albero si muove a scatti ma i ragazzi scivolano sul fango e il premio dello sforzo viene perduto in continuazione.

C'è chi urla per incitare all'impegno.

I giovani calpestano il fango mentre l'acquazzone gli fa aderire i vestiti addosso.

Uniti uno sull'altro sembrano una cosa sola ma la fatica è vana, non riescono nell'impresa.

Un ragazzone robusto prende un martello e lo lancia lontano urlando la sua rabbia.

Litigano fra loro, qualcuno vorrebbe continuare a provare, altri cercano di telefonare per trovare aiuto.

Un signore di mezza età, calmo e carismatico, ottiene il silenzio e dice che è troppo pericoloso tentare ancora.

La pioggia si mescola alle lacrime di chi non può accettare il fallimento di una tradizione tanto sentita e attesa.

A risolvere la situazione ci pensa il prete che dall'altare dichiara che visto il cattivo tempo, la festa è rimandata al prossimo fine settimana.

Gli animi si rasserenano e gli uomini, sollevati, vanno insieme verso le loro case ad asciugarsi e pranzare.

Rimaniamo io e Claudio sotto l'ombrello, inebetiti.

Anche questa volta il cattivo tempo ci ha fatto uno scherzo!

Riusciamo a pranzare in un bar che per la festa si è improvvisato trattoria, siamo gli unici a tavola, un pullman ha riportato i fedeli alle loro città e paesi.

Demoralizzati ce ne andiamo.

 

Nel pomeriggio smette di piovere e andiamo a visitare Tricarico.

Il paese mi si è reso noto leggendo alcuni testi, sugli studi antropologici, fatti in loco, dallo studioso napoletano Ernesto de Martino, nei primi anni 50.

In quegli anni la gente di Tricarico viveva in uno stato di arretratezza e disagio senza pari.

Lo studio di De Martino, sopratutto nei quartieri della Rabata e Saracena, servì a denunciare queste infauste condizioni, a renderle note agli enti predisposti e ad aiutare indirettamente questa gente.

Queste vere e proprie "spedizioni" nel sud e nell'arcaica Lucania hanno fruttato oltre a testi preziosi anche materiale filmico e fotografie eccezionali come quelle di Arturo Zavattini e Franco Pinna.

Il paese ci ha colpito subito ed in particolare la disposizione delle sue strade e viuzze, strette, di tipo arabo.

Non abbiamo avuto la fortuna di fare fotografie interessanti ma chissà se il futuro non ci riservi un'altra occasione.

La sera andiamo a riposarci a CampoMaggiore.

Il paese vecchio è recintato inspiegabilmente da transenne.

Non ho nemmeno voglia di chiedere il perchè a dei frequentatori schiamazzanti di un bar, nel quale entriamo per bere qualcosa.

La sera ceniamo in un tranquillo ristorantino del paese, fuori piove.

 

L'ultimo giorno di Tour è una lenta risalita verso Melfi.

Al mattino visitiamo l'arroccato borgo di Acerenza, luogo giustamente consigliato da guide e siti web.

L'antico borgo medioevale domina le campagne sottostanti da un'altura di 800 metri circa e le sue origini sono normanne.

Le strette viuzze e in modo particolare la sua maestosa cattedrale meritano la visita anche se fotograficamente parlando non portiamo a casa niente.

Riprendiamo la statale e superiamo alcuni paesi.

Ci fermiamo a Barile, paese arbereche, ma non troviamo nessuno e lo stesso succede a Maschito e Ginestra.

Il fatto è che siamo stanchi e un po' delusi ma una tappa a Venosa la dobbiamo proprio fare.

La città di Orazio giace su un altopiano brullo sito tra due valli.

Ebbe importanza nel periodo romano non solo perchè qui vi nacque il poeta più importante della romanità ma anche perchè dal lontano 190 avanti Cristo, da qui passava la Via Appia, mitica strada che collegava Roma all'Oriente.

Le rovine archeologiche e le tracce del suo passato romano sono ovunque perfino nei muri delle case attuali.

Giriamo il centro sotto un forte caldo umido tipico di questo posto.

A Melfi riposiamo un po' prima di visitarne il centro storico.

In questa sera di agosto fra turisti e giovani coppiette, la città pullula di persone in cerca di un tavolino per cenare e di un banchetto per fare acquisti.

Questa atmosfera festosa non mi si addice anche se riconosco che la città presenta innumerevoli aspetti artistici e architettonici di grande rilievo.

Il castello medioevale domina tutto l'abitato, ricordando la grande storia che ha illuminato Melfi nei secoli.

 

Dello stancante viaggio di ritorno mi rivengono in mente le brulle e inospitali campagne che dopo Melfi ci appaiono ovunque.

Le gialle stoppie e i campi di erba secca che ci accompagnano fino ad entrare in Puglia, come se le pioggie sofferte nei giorni passati fossero un ricordo lontano.

Come se fossimo tornati da un posto immaginario.

 

Questo viaggio mi è entrato nel cuore perchè come tutte le cose che ci capitano nella vita, ha avuto momenti belli e altri meno ma tutte queste esperienze, le gioie, le delusioni provate e le amenità, le oscenità osservate, servono ad arricchire il nostro sapere, la nostra sensibilità e la coscienza di essere italiani.

Questa Lucania con le sue foreste selvagge, le vicende di popoli diversi che provenienti da ogni dove qui si sono intrecciate, le sue ricchezze archeologiche e culturali e le sue tradizioni arcaiche meravigliose meritano un maggiore interesse e rilievo.

L'uomo moderno dimentica le sue origini, la sua storia e riscopre la sua terra  natìa solo quando un turista forestiero ne apprezza le bellezze.

Tutto questo è immaturo e denigrante perchè non si misurano gli affetti e la cultura col denaro portato dal turismo o dalla notorietà.

Occorre più attenzione da parte di ognuno di noi e senso di responsabilità affinchè certi luoghi non vengano dimenticati.

 

 

 

 

"Considerate la vostra semenza,

Fatti non foste per viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza."                          Dante. Inferno Canto XXIII

                                                                                    versetti 112-120.

 

 

 

 

29\11\2017                                                                                                                                                                                                                                                                       Aldo Pardini

 


L'Uomo Vivo

Una domenica di Pasqua di qualche anno fa con famiglia e suocera a bordo, viaggiavamo verso Scicli sull'autostrada Siracusa-Gela.

Poco dopo l'uscita per Floridia il motore iniziò a dare cenni di mal funzionamento e di lì a poco rimanemmo fermi sulla corsia d'emergenza, con la macchina in panne.

Bollettino della giornata: motore dell'auto di mia nipote fuso, 500 euro di danni, carro-attrezzi e arrivederci alla festa dell'Uomo Vivo di Scicli.

Una Pasqua non proprio da incorniciare.

Domenica venti aprile del 2014 abbiamo ritentato l'esperienza; con moglie e figlio di dodici anni arriviamo nell'assolata Scicli a mezzogiorno.

Un po' in ritardo, mi affanno a parcheggiare la macchina e a camminare rapido verso l'antica Chiesa di Santa Maria la Nova.

 

Studiando la storia di Scicli, debbo menzionare la sua origine cartaginese, il grande sviluppo commerciale avvenuto sotto il dominio arabo, il ruolo chiave avuto durante la riconquista cristiana (grazie alla battaglia del 1091 vinta dai Normanni) e il medioevo, dove la città fu governata in successione da diverse grandi famiglie dinastiche fino all'unità d'Italia.

Il grande punto di svolta però della storia della città ha una data: 9 e 11 gennaio 1693, quando due devastanti scosse di terremoto, di scala superiore alla settima (scala Mercalli), distrussero quasi totalmente le preesistenti strutture medioevali in tutta la Val di Noto e nel Catanese,  uccidendo circa 60000 persone in tutta l'isola.

Scicli perse 3000 anime e gran parte del suo centro storico, posto sul Colle di San Matteo; fu ricostruita in stile barocco e i suoi palazzi e Chiese di epoca settecentesca brillano ancora oggi di quel colore giallo-oro che li rende unici e apprezzati in tutto il mondo.

Oltre agli edifici, Scicli, e le altre città iblee, subirono ricostruzioni e mutazioni sia nel tessuto sociale e politico sia in quello religioso e umano ma di questo  scriverò più avanti.

 

Il giorno di Pasqua, dopo la celebrazione del culto e le benedizioni di rito, rientra in chiesa il corteo che ha portato in processione il sacro Ostensorio; davanti a tutti si trova il portatore dello " stunnardu " ovvero dello stendardo tradizionale di seta azzurra.

Verso le 13:00 il portatore si porta davanti alla statua del Cristo Risorto e s'inchina.

Questo gesto scatena il trupudio dei fedeli e dei giovani portatori che ammassandosi l'uno addosso all'altro sollevano con irruenza la portantina facendo inclinare pericolosamente la statua.

Nella chiesa si ode forte il grido: << Gioia, Gioia, Gioia>>  mentre i portatori posano la statua a terra e di nuovo la risollevano, ripetutamente, avvicinandosi alla porta.

La gente assiepata fugge fuori, mentre la banda intona incessantemente "l'inno di Busacca."

La portantina esce all'impazzata fuori sul sagrato, fra gli urli dei fedeli, poi rientra in chiesa e riesce altre volte.

Dal colle di San Matteo, lo scoppio di rumorosi fuochi artificiali, rimbomba nella valle cittadina come i tuoni di un temporale.

I portatori sono euforici, lacrime e sudore si mescolano sui loro volti paonazzi.

Compiono evoluzioni continue ruotando vorticosamente il fercolo.

Il corteo inizia la sua lenta ma frenetica marcia che porterà Gesù Cristo fin dentro la chiesa del Carmine, nel centro del paese.

 

" 'U Gioia ", viene chiamato affettuosamente il Cristo Risorto quando, una volta l'anno, viene a festeggiare con i suoi energici e calorosi fedeli.

La statua lignea venne scolpita nel cipresso intorno alla metà del settecento per mano di un'artista catanese; la tipologia della scultura e la sua gestualità si rifanno a modelli di cultura spagnola.

Il Cristo si erge in piedi su un letto di fiori; è giovane, robusto e vitale, le vene scolpite nel legno gli danno l'aspetto di uno di quei giovani paesani che con sforzi immani lo spingono al cielo; la sua muscolatura vigorosa lo rende simile al contadino e a tutti i lavoratori in genere.

Tiene un braccio alzato al cielo con la mano benedicente con l'altro impugna l'asta di un vessillo azzurro e rosso è coperto da una fascia giallo dorata, con un mantello rosso che gli copre il collo, e alle spalle i raggi del sole nascente, simboleggiano la rinascita; la testa è adornata da una patena, un oggetto simile ad un'aureola.

Il culto della Risurrezione a Scicli è molto originale.

In tutti gli altri centri maggiori della Val di Noto, la domenica di Pasqua, il Cristo Risorto esce in piazza accompagnato dalla Madonna che lascia il suo velo nero di lutto per abbracciare suo figlio asceso al cielo; a Comiso questo evento si chiama "Paci", a Modica "la Madonna Vasa Vasa".

Anche a Scicli anticamente esisteva questo rito poi qualcosa è cambiato e la  figura del Cristo ha oscurato la scena alla Madonna.

Secondo un esperto delle Tradizioni religiose siciliane, il motivo di questo cambiamento non è da ricercare unicamente nella confusione e ricostruzione post-terremoto del 1693.

Sembra che le origini della festa così come la vediamo oggi, vadano attribuite con certezza alle rivolte operaie e contadine che scoppiarono nella sicilia dopo l'unità d'Italia.

Verso la metà del 1893 si costituiva a Scicli il "Fascio" dei lavoratori con circa 200 aderenti, altri "fasci" sorsero in tutta la Sicilia causando agitazioni violente tra le masse a cui seguirono arresti, processi, condanne penali e uccisioni di lavoratori in protesta. 

Anche a Scicli era scoppiato uno di quei tumulti quando, nella domenica di pasqua, davanti al cantiere della Villa del Conte di Modica erano stati malmenati alcuni carabinieri.

Quel giorno di Pasqua la popolazione si ribellava alle regole del nuovo stato costituito, portando in corteo un Cristo che agitava una bandiera rossa, simbolo del socialismo, inviso al clero e alle classi privilegiate dei nobili e borghesi.

Il popolo aveva scelto un'immagine sacra, dunque, che contraddiceva a tutti i canoni estetici e politici del tempo, si era appropriato di un corpo nudo coperto da una sindone rosa che improvvisamente divenne rossa come la bandiera che impugnava; Gesù divenne l'eterno condottiero, atteso e sognato dal proletariato insorgente.

 

Il caldo di questo aprile è afoso e umido, il sole abbaglia e quasi non riesco a distinguere le persone nel mirino della macchina fotografica.

La gente è compatta e gremita intorno al fercolo; come api intorno alla regina, gli sciclitani non riescono a staccarsi da Gesù Risorto.

Qualcuno invoca, altri piangono ma nessuno osa allontanarsi.

Dai terrazzi, la gente tira in aria fiori e petali colorati.

La statua intanto è irrequieta, non si ferma mai, ondeggia, barcolla, dondola, s'inarca, si abbassa e gira forte in cerchio in moto vorticoso.

I portatori sembrano ubriachi tale è la loro esaltazione.

Fanno marcia indietro e poi corrono all'impazzata; la gente viene travolta, qualcuno cade, altri si sentono male ma la portantina non si ferma.

Noto il pericolo e mi faccio più prudente, temo per Renzo e Giusy che perdo di vista constantemente.

Sono sconvolto non ho mai vissuto niente del genere, mi stupisco a vedere l'incoscienza della gente che si avvicina a questo carro di pazzi.

Vedo anziani con giacca e cravatta, donne incinte, simili a delle Paris Hilton con tacchi alti e minigonna e decine di passeggini con bimbi alla moda con occhiali da sole e palloncino legato al braccio.

Non faccio in tempo a impugnare la macchina fotografica che subito l'orda riparte e sono calpestato da tutta questa marmaglia.

C'è chi urla, chi impreca e chi litiga, anche fra i portatori nascono delle scaramucce.

Appiccicati uno all'altro con le loro camicie e maglie sudate ci sono ragazzi di ogni tipo, si riconoscono gli studenti, i padri di famiglia e gli operai che sono i più rudi e esperti.

Ognuno esprime la propria passionalità vuole dire la sua e spinge e tira dalla sua parte, così Cristo si muove di moto casuale a ritmo frenetico in balia dei capricci del suo popolo.

Imprevedibilmente sono spinto indietro, perdo l'equilibrio ma sono tenuto in piedi dalla massa pressata, qualcuno si lamenta e viene portato via sottobraccio.

Non vedo servizi d'ordine e di sicurezza, qualcuno può veramente farsi male e non c'è neanche un autoambulanza per il pronto soccorso.

Non riesco a fotografare tanta è la mia impressione, mi sembra di essere in un recinto con un toro che improvvisamente mi corre incontro furioso e incontrollabile.

I portatori arrivano nella piazza del centro e compiono alcuni giri intorno fino ad entrare nella Chiesa del Carmine.

Qui dopo qualche altro ballo la portantina viene deposta e cala il silenzio.

I portatori spossati e allo stremo delle forze non hanno quasi fiato, si abbracciano e pregano con emozione.

Il tempo di pranzare in famiglia e alle 16:00 parte una processione col Cristo montato sopra un carrello, questo è un momento religioso di fede e di preghiera ma alle 22:00 riparte la danza che s'incunea nei vicoli del paese fino a dopo la mezzanotte quando la statua rientra nella chiesa di Santa Maria La Nova.

Quando ripongono Gesu' in chiesa i fedeli placano la loro foga, sono tristi e commossi come quando una persona cara se ne torna via, dopo una bella festa in famiglia.

 

L'uomo Vivo, così lo chiamano a Scicli.

Cristo risorge e diventa uomo, scende fra i suoi compagni di bagordi, condivide le loro pene, le ingiustizie subite, le gioie, balla con loro con la stessa passionalità , diventa uomo e complice di vita.

Come un moderno Dioniso in bilico tra fede e paganesimo, l'immagine di Gesù diviene il simbolo della loro coscienza di uomini liberi e mortali.

 

Stremato e col cuore in gola lascio la Chiesa del Carmine; sono polemico, non mi è piaciuta questa foga, questo delirio collettivo; tutto questo non è nelle mie corde.

Probabilmente tutto ciò non c'entra niente con quello che mi è accaduto due giorni dopo.

Mi sono ritrovato su un letto d'ospedale perchè un malessere dovuto allo stress (e non compreso dai medici), mi ha debilitato per un intero anno.

 

 

 

 

06\11\2017                                                                                                                                                                                                                                                                     Aldo Pardini


Tébidi

" Mi pare di essere a Tèbidi, diceva Mara, quando eravamo piccoli, e stavamo sul ponticello della viottola."

 

                                                                                                                                         Tratto da Jeli il Pastore 1879  

 

 

 

25 Settembre 2017

Arrivo a Vizzini a mezzogiorno, un ora in cui di solito non si fotografa   sopratutto in un paese della Sicilia interna, abitato da poca gente e nell'ora di pranzo.

Percorro una viuzza e mi trovo di fronte ad una costruzione bassa, tipo una cantina, con un portone di legno scuro ma scolorito dal sole, alla sua sinistra c'è una targa in marmo con su scolpito: << L'osteria in cui compare Alfio e compare Turiddu si scambiarono il bacio della sfida. 

Cavalleria Rusticana. G. Verga.>>.

Ricordo che il Verga aveva ambientato il racconto proprio a Vizzini ma nonostante fossi venuto qui alcune volte non avevo mai trovato riferimenti informativi sul tema.

Intanto la fantasia inizia a lavorare e con essa la voglia di saperne di più.

Sbuco nella piazza centrale deserta.

Entro in un edicola che stà chiudendo e chiedo informazioni.

<< C'è una casa museo di Giovanni Verga a Vizzini?>>

<< Certo!>> mi risponde orgogliosa la signora al banco; << Quella che vedi dall'altro lato della piazza è la casa dello scrittore ma non è adibita a museo perchè appartiene ad un erede ancora vivente.>>

<< Allora non potrò vedere niente?>> affermo sconsolato.

<< Come no, c'è il museo ..... ma vista l'ora sarà chiuso, salga la scala che vede nella via di fronte e giri a destra.>>

Ringrazio ma prima di uscire mi fermo sulla porta e voltandomi:

<< Ma non aveva anche una casa nelle campagne, Verga?>>  dico perplesso.

La signora allarga le braccia e serra la bocca come a dire : << Non sò di cosa parli>>.

Un ragazzo con i vestiti macchiati di calce chiede delle sigarette e mi dice:

<< Mi pare che c'è una casa verso Licodìa ma non c'è più niente è tutto abbandonato.>>

Esco in piazza e m'incammino per la scalinata.

 

Qui occorre una breve nota biografica sullo scrittore vizzinese.

Giovanni Verga nasce il 2 settembre 1840 e muore il 27 gennaio 1921.

Muore a Catania ma ciò che m'interessa è il luogo dove nasce.

Il padre Giovanni Battista, originario di Vizzini era un piccolo nobile e proprietario terriero ( I Verga avevano antiche origini spagnole), la madre Caterina di Mauro apparteneva alla borghesia catanese.

Nell'estate del 1840 a causa di una forte epidemia di colera, Giovanni Battista trasferisce la moglie incinta, da Catania alla casa patronale di Tèbidi (Tiepidi è il nome attuale) nelle terre di famiglia, dove, la consorte partorirà Giovanni.

Il padre dello scrittore registrerà il figlio come nato a Catania, per comodità burocratiche e Vizzini, in futuro, se ne assumerà il merito di vero paese natio.

La verità su Tèbidi svanisce nel buio della storia. 

 

Arrivato al museo comunale trovo la porta serrata ma sono comunque fortunato, arriva alle mie spalle il custode che mi invita a visitare le sale.

<< Non viene nessuno da giorni; entra pure, approfitto per ripassare il percorso didattico.>> 

Lo seguo contento.

Il Museo si divide in più settori che trattano diversi argomenti sulla Storia e sui costumi passati delle genti di Vizzini.

Al piano terra c'è la parte etnografica che raccoglie utensili da lavoro e oggetti di uso quotidiano; il custode mi spiega l'utilizzo degli attrezzi e mi descrive la vita dei contadini dal Medioevo al dopoguerra.

Mi dice che fino ai primi del novecento Vizzini era famosa per la lavorazione delle pelli, infatti esisteva un tratto di ferrovia a scartamento ridotto che collegava il paese con Siracusa, dal cui porto le merci venivano spedite ovunque.

Partendo dalla città aretusea, la ferrovia a Giarratana si diramava per Vizzini deviando dal tratto principale che la collegava a Ragusa; nel 1949 questa linea ferroviaria è stata dismessa a causa della diminuzione del traffico merci conseguente alla crisi del dopoguerra.

Sulla strada che collega ancora Vizzini a Licodìa Eubea c'era la zona delle concerie chiamata in dialetto "Cunzirìa", qui il Verga ambienta il duello fatale fra Compare Alfio e Compare Turiddu nella Cavalleria Rusticana.

Verga si traspira da tutte le parti in questi luoghi.

 

Al piano di sopra del museo è stata allestita una mostra delle foto che Verga ha scattato ai contadini che vivevano nelle terre di sua proprietà.

Lo scrittore si avvicinò alla fotografia durante uno dei suoi soggiorni a Roma quando conobbe un fotografo romano che di frequente accompagnava 

" a prendere fotografie " degli angoli tipici della città eterna.

L'input più forte, per questa nuova arte visiva, lo ebbe però da Luigi Capuana che già praticava la passione da tempo.

Queste fotografie sono davvero finestre sul passato e sul mondo letterario dello scrittore verista.

Le immagini di contadini e familiari scattate a Tèbidi sono fantastiche oltre che preziose.

Sono la prova che il Verga si era dedicato alla fotografia per preservare qualcosa di quel mondo arcaico che stava scomparendo; in più, in esse, ritrovava quella realtà che a lui fruttava tanta ispirazione che riversava, poi nelle opere scritte.

Mi colpisce un ritratto di Giovanna, detta da lui "a Pampinedda", una delle cameriere della casa di campagna, per la quale lo scrittore nutriva un particolare affetto, ritratta nel giardino sotto una terrazza.

Domando di Tèbidi al custode del museo ma lui mi conferma che non vale la pena di avventurarmi in quelle lande e che presto un Museo Verghiano sarà allestito proprio in quell'edificio così come una Casa-Museo verrà aperta in centro al paese.

Lascio un'offerta e saluto la gentile guida.

Nel centro di Vizzini decido di entrare nell'antico Casino dei Nobili, oggi Circolo Giovanni Verga, chiedendo di poter visitare le sue sale e fotografare la gente fra quegli addobbi e specchi barocchi.

Un anziano custode mi fa pazientemente da Cicerone.

Domando anche a lui di Tèbidi e lui mi risponde che qualcosa è rimasto ma che il luogo è distante e la strada per raggiungerlo tortuosa:

<< Devi andare dopo Licodìa in direzione Grammichele ma forse c'è stata una frana...di più non sò.>>

 

Salgo in auto e mi dirigo in direzione Siracusa ma sono pensieroso e indeciso su come trascorrere queste ultime ore di luce pomeridiana.

<<Se andassi a Tèbidi?>> mi domando.

<<Ma chissà dov'è ,perdo del tempo e tolgo spazio alle foto, meglio lasciar perdere!>>

Dopo cento metri dal bivio per Buccheri di colpo cambio idea e direzione!Faccio inversione e torno in direzione della Lentini-Ragusa, la imbocco e prendo il bivio per Licodìa.

Di colpo ho cambiato idea e direzione!

Mi fermo per vedere la cartina ma il luogo non è segnalato provo con le mappe di Google ma il risultato è lo stesso.

Prima del paese vedo un uomo in un campo col trattore, gli faccio un cenno e lui si avvicina.

<< Mi sà dire dove si trova la contrada Tèbidi?>> chiedo affabile.

<< Tiepidi! Ma perchè, vuoi vino?>> domanda lui.

<< No, cercavo la casa di Verga.>>

<< Aaah.... attraversa il centro di Licodia dopo troverai un muraglione con una deviazione a destra, lascia la strada principale e scendi per qualche chilometro in direzione Grammichele, sulla strada troverai un cartello segnaletico. Salute.>>

Sorrido e ringrazio.

Seguo le indicazioni e attraverso Licodìa; ricordo che un venerdì santo di qualche anno fa avevo fotografato un signore che per penitenza portava una croce a spalla per una salita irta fino ad un chiesino in cima ad un colle.

Proseguo seguendo l'indicazione ma credo di aver sbagliato strada.

Quando penso di dover arrendermi su una curva appare il cartello " Tiepidi " che indica una strada dissestata in salita.

Dopo poche decine di metri lascio la macchina davanti ad una sbarra.

M'inoltro a piedi attraverso una strada sterrata che è più una fenditura ricavata in una collina argillosa.

Quando si apre il paesaggio vedo colline brulle ma lavorate; in fondo ad esse ci sono folte macchie boscose e sopra strada coltivazioni di ulivi e mandorli.

Dopo poco, attraverso i rami degli eucalipti che costeggiano la strada, vedo una casa situata su un piccolo promontorio che domina le colline.

Si tratta di un rudere e dall'aspetto pare una casa signorile, dentro di me sono sicuro che è la casa di Verga.

Deve esserlo.

Il cielo è basso e nuvoloso, gli uccelli sfrecciano in turbini e i loro versi sono gli unici rumori che odo.

Attraverso un campo e mi avvicino alla struttura, non c'è nessuno solo io e Verga.

 

Mi faccio spazio tra rovi e ortiche, tutto intorno è sommerso da rampicanti ed edera.

Al piano terra sicuramente c'erano le cantine ed i magazzini, intorno alla struttura ci sono sparse altre casette diroccate.

Di fianco a quelle che sembrano mangiatoie sale la scala principale, in due rampe, verso gli appartamenti.

Alcuni scalini sono rotti ma al primo piano la porta è aperta.

Si entra in una stanza d'ingresso, sulla destra c'è una scala che sale verso le stanze da notte e la cucina con i fuochi in muratura, di fronte si entra nel salotto grande.

La stanza è ampia col soffitto a volta dipinto di rosso sbiadito, al centro del quale c'è una greca dipinta di giallo nel cui centro stava appeso il lampadario.

I pavimenti in terracotta sono quasi del tutto divelti; rimangono intatte invece le porte interne e le persiane.

Su un lato della parete è rimasto intatto un armadio a muro che probabilmente serviva a contenere stoviglie e generi alimentari.

Davanti c'è una porta a due ante che si affaccia su un terrazzo pericolante.

Mi soffermo a guardare le aspre colline dalle ante della porta e penso che questo era ciò che vedeva lo scrittore.

A sinistra del salone si entra in un salotto più piccolo, o forse uno studio, con un piccolo terrazzino e con la volta tinta di giallo con la greca blu.

Intorno alla stanza c'è una cornice dipinta intorno alla quale sono raffigurate molto bene: colombe, pernici,  uccelli esotici, ceste di fiori e vasi dorati; in un angolo un Pulcinella ben dipinto cammina su una corda come un equilibrista, portando legato ad un filo un uccello con un rametto di edera nel becco.

Sono estasiato; questo luogo è emozionante e tetro nello stesso tempo.

La desolazione del posto e il silenzio opprimente stimolano l'immaginazione.

Questo è il luogo che tanto ha ispirato Giovanni Verga; in queste colline abitavano i contadini che lavoravano per la sua famiglia e che lui ha ben descritto con racconti e fotografie. 

A Tèbidi ha ambientato alcune novelle come per esempio "Jeli il Pastore",    "La Lupa" e altri scritti; qui aveva abitato ed era sempre tornato in varie fasi della sua vita, sia quando viveva coi genitori, sia da adulto, per venire ad amministrare i suoi possessi.

Mi domando perchè tutto ciò sia stato abbandonato e dimenticato.

Verga è uno dei padri della lingua italiana, con le sue opere, diffuse in tutta  Italia, contribuì non poco alla divulgazione dell'italiano e della cultura anche nelle masse meno abbienti dove l'analfabetismo era molto diffuso.

La sua arte letteraria sensibilizzò l'interesse politico verso le condizioni di vita e  di lavoro nel Mezzogiorno.

Luchino Visconti girò il film "La terra trema" tratto dai Malavoglia e tanti altri scritti hanno ispirato registi, musicisti, poeti, cantanti e pittori.

Di sicuro Tèbidi, nella lotta per la paternità del Verga ha perso nettamente in favore di luoghi ben più pratici e influenti come Catania e Vizzini.

 

Nel maggio del 1865 Verga si reca per la prima volta a Firenze, dal 1864 capitale d'Italia e centro della vita politica e intellettuale.

Vi tornerà più volte con lo scopo di perfezionare il suo "italiano" nella patria di Dante, come fece precedentemente Alessandro Manzoni che andò anche lui       " a risciacquare i panni in arno!"

Nel 1872 si trasferisce a Milano dove rimarrà, pur con frequenti ritorni in Sicilia, per circa un ventennio.

Nella città meneghina frequenterà i più moderni ritrovi letterari e mondani, avrà a sua disposizione le più importanti case editrici del paese e assaporerà quella nuova aria di modernità che stà cambiando velocemente l'aspetto sociale ed economico dei paesi europei.

E' proprio a Milano che Verga esprime le proprie idee e posizioni sul verismo.

Inizia a scrivere della sua Sicilia e delle condizioni miserabili dei contadini nel latifondo.

Distoglie lo sguardo dall'europa moderna delle industrie e del progresso e concentra la sua attenzione verso il povero mezzogiorno dei pescatori e dei braccianti che invano cercano di migliorare le loro condizioni di vita.

La sua Sicilia lo richiama a se fortemente; quel mondo arcaico che lui aveva rifuggito lo invita al ritorno.

 

Mi figuro lo scrittore siciliano guardare da una finestrella, appannata dal freddo, il cielo nebbioso sulle case milanesi, mentre che con il pensiero immagina di essere davanti a quella porta  del salone nella casa di campagna.

La luce abbagliante dell'estate fende le colline, le zolle biancheggiano e le cicale stridono violente; Pampinedda esce di casa col secchio sotto-braccio, subito gira la testa verso il terrazzo, un uomo coi baffi folti e inargentati gli sorride; questa è la sua Tèbidi.

 

 

 

 

25\10\2017                                                                                                                                                                                                                                                                   Aldo Pardini

 

 


Riti Settennali di Penitenza


Guardia Sanframondi, per i locali semplicemente "Guardia", è un paese di origine medioevale collocato sulle colline nella valle del Telese in Provincia di Benevento.
Questa verde vallata protetta da montagne è il luogo ideale per la produzione di olio e vino in particolare di tipo Aglianico.
Guardia è rinomata per la buona qualità del suo vino e anche per i Riti di Penitenza in onore della Madonna dell'Assunta che si svolgono qui ogni sette anni da ormai più di quattro secoli.
Sono due anni che faccio ricerche sulle feste religiose più significative del sud d'italia.
Venire a Guardia era il coronamento di un sogno perchè volevo scoprire un nuovo territorio ed in più c'era l'occasione di vedere la Processione dei Battenti.
Prima di scrivere della mia esperienza vorrei brevemente riassumere la storia e le caratteristiche di questa festa tanto rinomata e per comprendere il significato dei Riti Settennali di Penitenza è necessario capire il forte legame che unisce questa popolazione con la Madonna dell'Assunta.
La leggenda racconta che la statua fu rinvenuta nelle campagne da alcuni maiali che scavavano il terreno in cerca di radici.
Constatata subito l'importanza della statua rinvenuta avvenne una disputa tra i paesi limitrofi per l'acquisizione di questo bene prezioso;
 sembra che la Madonna abbia scelto di andare a Guardia, spingendo il carro che la trasportava verso il paese, perchè restò commossa dall'atto di penitenza dei Guardiesi che per la prima volta iniziarono a battersi il petto con un sughero puntellato di spilli nell'atto di pentirsi dei peccati.
Da allora la Madonna dell'Assunta è divenuta come una madre per questo popolo, proteggendolo da peste, terremoti e carestie.
Dal dopoguerra, ogni sette anni per sette giorni consecutivi si alternano processioni e riti per tutto il borgo.
La domenica avviene la processione finale dove migliaia di figuranti e decine di migliaia di fedeli e visitatori provenienti da tutto il mondo invadono il paese e cercano a fatica di ritagliarsi uno spazio per vedere passare la processione.
I "numeri" dell'evento, riferendomi a questa edizione 2017, sono impressionanti.
Mille persone fra battenti e flagellanti, tremila persone fra i figuranti, novantamila visitatori in tutto, più di cento le persone che sono state soccorse a causa del forte caldo, più di cento gli emigranti che sono tornati al paese dall'America, dall'Australia e dall'Argentina e otto le ore di processione sotto il sole infuocato di questa estate bollente.
C'è da riflettere.

Per la prima volta in vita mia ho richiesto un pass per poter fotografare.
Tramite internet ho richiesto i moduli che con Claudio abbiamo compilato e spedito allegando fotocopia della carta d'identità, targa della macchina (accidenti che organizzazione!) e raccomandazione dell'ente al quale apparteniamo, nel nostro caso CRDU di Pisa.
Di tutto ciò non ci servirà niente!
Il parcheggio della macchina non è disponibile e quindi ci viene consigliata la navetta che parte da tutti i paesi vicini con un tempo di attesa di dieci minuti o al massimo un quarto d'ora.
Alle otto e un quarto della domenica mattina siamo a Cerreto Sannita; la folla aumenta ma passa mezzora e non si vede nessuno poi s'intravede un pulman ma ahinoi è stracolmo!!
L'autista rallenta e si scusa promettendo che tra un minuto, (Un Minuto!!) precisa arriverà un mezzo per noi.
Passa un ora e arriva il pulman con un ora e mezzo di ritardo, ma un minuto non durava sessanta secondi??
Arriviamo in netto ritardo ma arriviamo.
Abbiamo perso tempo prezioso e le strade sono tutte transennate non c'è modo di passare, espongo il pass e gli addetti alla sicurezza (troppi per la verità) non mi calcolano nemmeno!
Risultato il Pass non serve a niente! Ma cosa ho fatto a fare la domanda??
Con un po' di esperienza, intraprendenza e anche fortuna ci sistemiamo come meglio possiamo in tempo per assistere al corteo che dopo la messa al Santuario dell'Assunta sale attraverso le strette vie del centro storico.
Ad aprire il corteo sono "i Misteri", rapprentazioni tratte dalla Bibbia, dal Catechismo e dalla storia della Chiesa.
Decine e decine di teatranti rappresentano le vite dei Santi ed episodi del vangelo in modo ammirevole; curiosamente assumono delle posizioni studiate per il loro significato simbolico e mantengono quella gestualità per tutte le otto ore di durata della processione.
Non importa essere battenti per soffrire per la Madonna, pensiamo a queste donne, uomini, anziani e bambini che vestiti di addobbati costumi, stanchi per le pose, patendo un caldo abominevole e per di più nelle ore più calde del giorno continuano a camminare in silenzio per le vie di Guardia.
Un signore del posto tende a precisare che sono sette giorni che quotidianamente si svolgono delle processioni.
Noi stiamo già impazzendo per il caldo, beviamo acqua mescolata a dei sali minerali; quando troviamo una fontana immergiamo la testa.
In un momento di calura mi sono versato in testa acqua col Polase!!
Chiediamo in giro quando vedremo i battenti ma nessuno risponde chiaramente, chiedo a due signori del posto: << Da dove partono i battenti? Mi indicate la Chiesa dell'Assunta?>>, uno di loro certamente Guardiese risponde:                << Iu spic Inglis?>> e si mette a gesticolare in modo comico.
Noi ridiamo e ringraziamo ma non glielo avevo domandato in italiano?
Mi perdo di vista con Claudio ed inizio a fotografare il corteo del Misteri che per la verità non m'interessa granchè.
Rischio tutto, lascio la sudata posizione e prendo un vicolo che dopo qualche decina di metri mi appare sbarrato al cammino, torno indietro e vedo i battenti salire.
Per poco mi perdevo tutto.
Inizio a fotografare prima un po' controluce e poi trovo una buona posizione.
Alterno due corpi macchina con un 35 e un 28mm.
I battenti sfilano davanti a me, sono tantissimi, incappucciati, si percuotono il petto con la spugna ma non tutti sanguinano allo stesso modo.
Alcuni sono rossi di sangue, altri si battono anche sul lato sinistro del torace qualcuno batte piano piano ed è appena arrossato.
I più sanguinolenti attirano l'attenzione di tutti, sembrano cristi al patibolo.
Fra di loro corrono avanti e indietro diversi "disciplinanti" muniti di bottiglie di vino bianco acetoso che serve a bagnare le spugne per non far coagulare il sangue e per sanificare l'ecchimosi.
I battenti si bagnano continuamente le ferite infertesi, un odore sgradevole di sangue e aceto si spande nell'aria, a volte da la nausea, fa serrare la gola.
Schizzi di questa disgustosa mistura mi macchiano la maglietta.
Dopo un inesauribile schiera passano i flagellanti che si percuotono con delle catene metalliche ma pochi sono quelli che sanguinano.
Lascio la postazione con l'idea di precedere il corteo ed avere una seconda chance per fotografare.
Ci riesco e mi apposto in una piazza sopra la via principale.
Il corteo dovrà compiere un percorso a forma di otto, una volta tornato su se stesso s'incontrerà con la Madonna e i battenti si dilegueranno.
Una signora mi dice sconfortata che i tempi non sono rispettati e che alle due ci doveva essere già l'incontro tanto atteso ma le due sono già passate.
Intanto rivedo il Corteo dall'inizio, con i figuranti e poi di nuovo i battenti.
Riesco a fotografarli bene perchè mi passano proprio accanto.
Si odono due forti esplosioni in cielo e i battenti s'inginocchiano.
Il cannone avverte che la Madonna è uscita di chiesa, la signora mi conferma le sue previsioni dicendo seccata che l'evento ritarderà un ora e mezzo.
Male per tutti perchè la processione si ferma sotto il sole e per regolamento i battenti non possono cessare di percuotersi le ferite.
Qualcuno sviene, altri si sentono male, i volontari portano acqua e aceto per le ferite in un continuo formicolio.
Il Caldo e la perdita di sangue eccessiva creano nervosismo.
Qualcuno della "disciplina" (nome ironico per chi deve mantenere il controllo di un evento non ben organizzato) invesce con chi deve attraversare la strada e con chi fotografa.
C'è chi si para davanti alle macchine fotografiche dicendo che c'è un ordinanza del Sindaco che vieta le fotografie!!
Un invasato mi intima di allontanarmi e dopo il mio rifiuto mi spinge lontano dal corteo, gli urlo che sono autorizzato dal Pass che deve stare calmo e mettere giù le mani, lui non dice niente e sparisce nella folla.
Qualche fedele mi dà ragione altri sono scandalizzati dal tono della mia voce.
Non voglio rovinarmi la giornata, continuo a fotografare.
Sappiamo che alle tre e mezzo è avvenuto il benedetto incontro dei battenti con la Madonna, da questo momento l'Assunta precederà tutta la processione.
Alla fine della giornata saranno i Battenti che la porteranno in chiesa sulle spalle e la richiuderanno dietro una lastra di vetro fino al prossimo 2024.
Stanchi, sudati, disidratati, senza aver pranzato alle quattro abbandoniamo la processione.
Beviamo, mangiamo e decidiamo di andarcene.
Siamo soddisfatti di aver potuto vedere e fotografare nonostante le oscure premesse.

Gli esperti, gli studiosi di antropologia e gli scrittori locali difendono tenacemente i valori di questa manifestazione.
Tendono a precisare che la festa non è solo sangue e battenti che ci sono dei valori da preservare e che lo spirito ancestrale di questi riti e' da ricercarsi nella  fede,  in un atto d’amore e di partecipazione ai patimenti di Cristo.
Sinceramente la mia presenza di fotografo a Guardia è stata spinta dall'unicità dell'evento folkloristico e non dalla fede.
Molti come me hanno vissuto il tutto con distacco religioso spinti solo dal desiderio di vedere qualcosa di unico e antico.
Non mi sento in colpa per ciò che ho appena scritto, voglio essere sincero con tutti e sopratutto con me stesso, ho visto la gente commossa ed ho capito che per i Guardiesi si è trattato di un reimpossessamento dei propri valori e della propria storia di cittadini e cristiani ma per tutti gli altri questo è un carnevale sanguinolento, uno spettacolare evento folkloristico.

Dice Monsignor Battaglia, Vescovo di Cerreto Sannita che ha partecipato alla funzione nel Santuario Mariano:
<< “La mancanza di lavoro colpisce i giovani costretti ad emigrare, costretti nella gabbia del presente, incapaci di pensare al futuro. L'assenza di prospettive, di progettualità, butta anche noi nello sconforto. La fragilità e il senso di fallimento entra nei legami e li avvelena. Mette in crisi la società alla sua base, dal suo interno: le famiglie sono le prime a soffrirne... Da luogo a ferite”. >>
e ancora: <<“La nostra terra non è lontana anzi è parte della terra dei fuochi. Conseguenza di un male che ci sovrasta, contro cui non pensiamo di poter combattere, tantomeno vincere....>>.


<<Quel battersi, quel versare il sangue, si trasforma oggi in una scintilla, in un atto di resistenza e di resilienza davanti al mondo. In una sorgente capace di dissetare l’assetata voglia di risposte. In uno squarcio dal quale è possibile guardare il mondo con una prospettiva diversa. È un esercizio di “memoria” che invita tutti a non essere indifferenti dinanzi alle ferite della vita. >>.


Avane,  8 settembre 2017                                                                                                                                                                                                                          Aldo Pardini                                                                                                                                                                                                                                                        

 


Terra Scossa

Stamattina ho aperto gli occhi ed ero ancora a Pievetorina.
Ho immaginato di sentire il soffiare del bruciatore a gasolio che ci scaldava nella tenda, ho udito il calpestio dei passi della gente, appena sveglia nel campo, le prime parole, il rumore delle auto che partono a fatica per il freddo.
Un improvvisa sensazione e poi ho realizzato di essere a casa, nel mio letto.
Intorno a me tutte le comodità, il calore e le mura solide di casa mia.
Sono partito da Lucca come Vigile del Fuoco il 30 novembre, con sei colleghi lucchesi e tre pistoiesi.
Lo scopo degli otto giorni da passare nelle terre terremotate marchigiane è anzitutto volto ad accompagnare le persone nelle loro case, ai loro beni materiali o almeno a ciò che ne rimane.
Appena arrivati con i mezzi sull'altopiano di ColFiorito mi è sembrato di scendere di quota fino ad arrivare in una zona gibbosa di colline e montagne poco distante dai monti Sibillini.
Il luogo del nostro campo e del nostro intervento era situato nel comune di Pievetorina, provincia di Macerata, zona interessata dalle due scosse sismiche del 26 ottobre che hanno avuto epicentro ad Ussita, borgo situato a pochi chilometri a sud.
I fenomeni sismici più rilevanti e dannosi di questi ultimi mesi sono stati due;  il primo episodio il 24 agosto con epicentro ad Accumuli e poi in questa zona della Val Nerina con le due scosse del 26 ottobre; quella delle 19:22, magnitudo 5.5 e quella delle 21:18 con magnitudo 6.0.
Durante un recupero in una casa di Pievetorina, una giovane mamma ci ha raccontato la sua esperienza: lei era in bagno quando è venuta la prima scossa, si è riparata sotto la volta della porta e poi è fuggita fuori in strada.
Li è stata testimone del dramma della gente che disperata chiamava i figli, le madri e le mogli provando a telefonare a chi fosse possibile.
Quando la gente ha deciso di andarsene lei non è voluta tornare in casa neanche per un attimo ed è poco dopo, alle 21:18 che è venuta la seconda scossa.
<< Ho visto le onde sulla terra come se fossi al mare! Volevo scappare ma la terra non mi faceva muovere>>.
Terrore allo stato puro che non dimenticherà più, una dolorosa presa di coscienza della nostra fragile esistenza rispetto alle leggi della natura.

Con i Vigili del Fuoco abbiamo svolto ininterrottamente i nostri compiti di recupero dei beni nelle case private, nelle chiese,nelle scuole ed in ogni tipo di attività esistente sul luogo, inoltre ove necessario, abbiamo svolto un opera di copertura dei tetti nel tentativo di preservare il mobilio e i beni fino al successivo trasloco.
Siamo entrati in decine di case, abbiamo visto i danni subiti dalle strutture ed abbiamo conosciuto le vittime di questo disastro naturale.
Io ho portato con me una piccola macchina fotografica tascabile e spesso ho colto momenti toccanti di vita comune, di abbandono e di commozione delle persone.
Per la gente il dolore è fortissimo e specialmente per gli anziani.
I sacrifici di una vita sono stati frantumati in pochi secondi.
Ora questa gente non ha più niente.
Dorme in tende comuni, camper o roulotte, molti sono ospiti di alberghi sulla costa e chi può si è affittato una casa lontano da qui.
Gli sfollati ogni giorno vengono al nostro Comando di posto avanzato per chiedere di essere accompagnati a recuperare vestiti e coperte, a dar da mangiare a gatti o galline o solo per rivedere le proprie cose.
La situazione qui è pressochè inerte; si spera che la neve risparmi ulteriori disagi a queste povere famiglie.
L'80% delle case che ho visto ha lesioni gravi all'interno o all'esterno, molte abitazioni verranno demolite e la ricostruzione e i criteri con cui verrà attuata sono ancora un angosciante punto di domanda.
A seconda della tipologia geologica del terreno alcune strutture sono rimaste illese mentre, inspiegabilmente a pochi metri altre sono ridotte in cumuli di pietre.
Intanto il terremoto continua a battere insistentemente con scosse brevi ma insidiose, con punte quotidiane che raggiungono il 3.5 ed anche qualcosa di più.
Per noi che dobbiamo entrare nelle case già lese il rischio è ancora più grande.
Se le scosse non finiranno presto, sarà difficile tornare alla normalità.
La gente inizia a pensare di andarsene per sempre da queste valli.
Nei villaggi intorno a Pievetorina la situazione è critica anche se molte sono seconde case o case vacanza, i borghi più colpiti sono quelli più a Sud, verso Ussita, dove dopo le scosse del 26 ottobre si è creata una pericolosa faglia sopra i monti.

Nel nostro operato di Vigili del Fuoco le esperienze più forti le abbiamo avute aiutando le persone incontrate e conosciute, specialmente con le donne che vivono queste tragedie con più afflizione.
Ricordo una minuta vecchina che abbiamo sorpreso nella zona rossa (vietata a chiunque non fosse accompagnato da noi) mentre se ne andava a dar da mangiare al suo gatto rimasto a casa, la sua voce e il suo sguardo spento ci hanno trasmesso umiltà e fede cristiana.
A Giulo, un borgo situato tra i monti, due allevatori di vacche, (ben 36 capi), moglie e marito, avevano ricevuto in regalo da un benefattore, un camper per rimanere vicino alla stalla in caso di necessità.
La moglie parlando con una vicina di casa che non vedeva da tempo gli ha detto sconsolata:<< Qui è tutto finito>>.
I due allevatori stanno ancora aspettando che nevichi in alta quota in modo che le vacche tornino da sole alla stalla.
Una signora, prima di partire per un sopralluogo in casa sua, ci ha abbracciato tutti piangendo dicendo tra i singhiozzi di aver perso un figlio giovane.
Si aggrappava ai nostri bracci poggiando la testa sulla spalla di uno di noi a volte alzava lo sguardo cercando i nostri occhi avviliti.
Alcuni tornano alle case per prendere qualcosa di utile poi appena sono lì si commuovono e finiscono col dimenticare quello che volevano portar via, altri invece se potessero si porterebbero via di tutto, anche i lampadari.
Molte persone anziane vanno negli orti a cogliere insalata, finocchi, palle di cavolo e spinaci, altri si portano via le foto di famiglia; un signore che era entrato con me in una casa di un paesino si è guardato intorno sospirando poi ha raccolto il crocifisso che era caduto a terra e mi ha detto:    << Possiamo andare!>>
Gli interni delle case, certe volte sembrano essersi congelati al momento della scossa nefasta.
Le tavole sono apparecchiate con il mangiare in tavola, i giochi dei bimbi sono sparsi in terra e così le loro matite, i loro quaderni sono aperti.
Tutti domandano delle condizioni della propria casa: << Non è messa male vero?>>.
Rispondere è difficile, a volte ci viene un nodo alla gola .

Sono stati otto giorni intensi ed emozionanti vissuti in questa bella e verace terra nel cuore dell'Italia.
Qui abbiamo ritrovato sensazioni di calore umano ormai sepolte in altre regioni  italiche più fortunate.
Speriamo davvero che l'attenzione delle istituzioni si faccia più forte e attiva e che questa gente non venga abbandonata al proprio destino.
Questo popolo è il nostro, queste persone, questi fratelli meritano di sorridere e di riprendersi in mano il futuro e le proprie radici.
Il sette dicembre quando siamo ripartiti ero stanco e desideroso di normalità.
Mentre caricavo le borse sul camion non riuscivo a guardare la gente negli occhi, non avevo il coraggio di salutare nessuno, mi sentivo privilegiato come se fosse una colpa.
Un attimo prima di salire a bordo si ferma una macchina al mio fianco; la moglie dell'allevatore sbracciandosi prende le mia mano e mi ringrazia, emozionato auguro a lei e alla sua famiglia ogni bene.



20 dicembre 2016                                                                                                                                                                                                                                       Aldo Pardini


Tracce di Atlantide

Quando si accende un idea in testa, uno di quei pensieri che hai la necessità di fermare immediatamente per paura che si perda e che voli via col vento;
quando sei pienamente convinto, sin da subito che questo è ciò che cercavi ciò che serviva  per te, quando le tue esperienze passate e le tue ispirazioni convergono in un solo e unico tema;
questo scatena una delle emozioni più forti che possano investire un uomo.
A volte è così difficile spiegare ad altri la rara perfezione di certi disegni ma essi si formano nella nostra testa così istantanei e così lucidi che non si riesce a credere di aver vissuto tanto nella nebbia delle indecisioni e dell'inconcludenza.
A me è successo quando ho pensato di iniziare un lavoro fotografico nuovo sul Padule di Massaciuccoli o più specificatamente sulla fine della presenza umana in quei luoghi selvaggi.
Vivo e fotografo il padule da anni, ho assorbito storie ed esperienze di vita lacustre dai miei familiari ma mai ero riuscito a focalizzare le mie idee su cio' che veramente colpiva di più la mia immaginazione.
La soluzione è arrivata mentre stavo parlando con gli amici di cosa avremmo potuto fotografare di originale in quei posti.
Come quando si spostano delle carte in un cassetto e in un bel momento viene in superfice un biglietto che cercavi da tempo così l'idea è venuta in mente folgorante per la sua semplicità e bellezza.
Avremmo potuto creare qualcosa di originale e di poetico allo stesso tempo.
Ne ho parlato con Claudio e da li si è subito resa impellente la necessità di acquistare una barca per girare liberamente per fossi e canali.
Dopo qualche mese abbiamo comprato una piccola barca con doppio fondo, comoda da trasportare sul portapacchi della mia Citroen e nel mese di febbraio del 2015 abbiamo varato la nostra "Boheme".


L'area del lago di Massaciuccoli si estende nella provincia di Lucca ed in parte in quella di Pisa per circa sette ettari, la zona paludosa, occupata da canali, fossi, piccoli stagni detti chiari, occupa da sola una superfice che è doppia del lago stesso.
Storicamente questo bacino di acque e' sempre stato una fonte di sopravvivenza e di reddito per le popolazioni circostanti.
La caccia alle specie migratorie che da sempre scelgono questo luogo per riposarsi e riprodursi, ha sfamato famiglie per secoli, lo stesso si può dire della pesca.
Le terre bonificate all'acqua hanno reso possibili fiorenti coltivazioni a causa delle nutrienti sostanze organiche che contengono.
Fino al secolo scorso si estraeva sabbia dal fondale per la produzione di vetro e per costruzioni edili, si estraeva la torba utilizzata come combustibile e si tagliava il falasco utile per gli allevamenti di bestiame.
Per chi come me è nato e vissuto in una famiglia di cacciatori e pescatori il Padule è sempre stato considerato come casa propria.
Mio Nonno, negli anni trenta, comprò una fetta di terra ai margini del lago e vi costruì un  capanno da caccia; mia nonna orfana di padre viveva con la madre e due fratelli più piccoli in una casa sulle stesse rive; si conobbero e si sposarono nel 1940.
La casa dei miei nonni a Filettole era pittoresca come un casotto di caccia, io da bambino pranzavo sempre li dopo la scuola.
Il grande camino di fronte alla tavola aveva un coperchio di legno sul quale un pittore locale (Palmizio Tofani ) aveva disegnato una scena di caccia alle anatre che colpiva la mia fantasia e quella dei miei cugini.
In alto sopra i mobili da cucina c'erano animali palustri imbalsamati e un po' tarmiti, ricordo un airone, un mestolone e una pelle di nutria conciata appesa vicino al telefono, posto sopra il quale, Nonno agganciava di sovente il suo fucile da caccia.
Lui tutti i giorni andava in padule, più grandicello lo avrei seguito anch'io, al suo ritorno non mancavano uccelli da spennare, anguille nell'acquaio o pesce che Nonna sapeva cucinare prontamente.
Discorso a parte meritano i manicaretti che lei preparava , spesso si dilettava in piatti tipici come la pasta al sugo di germano o folaga, la minestra di pesce di lago, il risotto alla tinca, le anquille fritte o qualche buon pesce arrostito sul fuoco.
Il quadro si completava con le cartucce posate sulla mensola del camino, gli stivali fuori dalla porta, il cane stanco e infreddolito che dormiva accanto alla stufa e qualche cacciatore che molto spesso veniva a parlare e a bere un bicchiere di vino.
I racconti sulle vicende di caccia passate e presenti erano esposti con così tal passione che io avevo gli occhi sgranati a sentirle, stavo attento per ricordarle e raccontarle poi agli amici.
Epopee di traversate del lago sotto un temporale pauroso, di notti fredde ad aspettare gli acquatici in una botte e di arguzia, fame e fratellanza fra le persone.
 
Oggi i miei nonni e quel loro mondo sono scomparsi per sempre.

A causa degli scarichi di detersivi e dei fertilizzanti usati nelle coltivazioni, le acque del lago hanno iniziato ad avere dosi troppo elevate di sostanze nutritive come azoto, fosforo e zolfo.
L'ecosistema ha subito uno sbilanciamento perchè queste sostanze hanno permesso la nascita e la diffusione di alghe e batteri che hanno impoverito le acque di ossigeno uccidendo i pesci e alcune specie vegetali che sono fonte di nutrimento primario per gli uccelli.
Tutto questo, in aggiunta alla cattiva gestione delle amministrazioni, hanno fatto si che tra le specie viventi destinate ad abbandonare questi luoghi ci fosse anche l'uomo.
Dalla fine degli anni '80, in assenza delle sue ancestrali attività, la presenza umana si è fatta sempre più rada, oggi quello che è il Parco Naturale nella zona di Massaciuccoli è un posto desolato e trascurato dal disinteresse di tutti.
Restano poche decine si casotti ancora in piedi ma la maggior parte sono in rovina a causa dell'incurie naturali e umane.
Stretto sempre più dai paesi e dalle zone industriali e commerciali che lo circondano il padule è un posto dimenticato, frequentato da qualche sportivo, pochi eroici pescatori e troppi scaricatori abusivi di rifiuti di ogni genere.

Quando penso ai racconti del mio Nonno ed alle emozioni vissute da ragazzo con lui, mi commuovo e mi sento felice e ricco di aver potuto vivere quelle esperienze anche se a volte erano indirette cioè vissute da lui e non da me.
Quel giardino dell'eden che lui adorava non c'è più, usando un termine dantesco direi che oggi siamo di fronte ad un "Purgatorio naturale", non più un Paradiso!
Il Lago si ricorda una volta all'anno per le rappresentazioni operistiche al Teatro Lirico Pucciniano di Torre del Lago ma il teatro naturale che lo circonda ha perso i suoi attori.
Rimane un palcoscenico vuoto e triste ma pur sempre meraviglioso.

A bordo della nostra "Boheme" abbiamo iniziato un esplorazione minuziosa del lago e del padule alla riscoperta dei luoghi più conosciuti e di quelli che lo sono meno.
La massima attenzione l'abbiamo rivolta ai casotti abbandonati.
Per ricercare le prove di quel mondo scomparso non abbiamo scattato solamente immagini paesaggistiche ma ci siamo dedicati anche alla ricerca di particolari significativi presenti fuori e dentro quei ruderi.
Vecchi calendari datati, tavoli traballanti, reti rotte, stivali, credenze dove di sovente abbiamo trovato nidi di uccelli, letti e divani finiti alla mercé dei topi, madonne e crocifissi appesi al muro.
Cucine con suppellettili, bottiglie di vino o liquore di solito uniti a due o tre bicchieri, posti sopra i tavoli, quasi a raccontarci di un ultimo brindisi prima dell'abbandono.
Tutto è pacato; immobile.
La natura si riappropria velocemente di ciò che l'uomo gli aveva faticosamente tolto.
Le folte cannelle ricoprono le baracche quasi a nasconderle, il vento forte scoperchia i tetti, la pioggia riempe le barche e le affonda, l'acqua palustre logora le fondamenta di legno fino a far crollare le strutture e infine gli incendi che spazzano via ogni traccia rimasta, lasciando solo qualche ferraglia carbonizzata.
Tutte queste sensazioni dobbiamo riuscire a trasmetterle con le fotografie scattate di volta in volta.
Il lavoro finito sarà una celebrazione di uno antico stile di vita ora perduto, sarà un analisi umanistica e antropologica volta alla ricerca delle tracce lasciate da questa gente del lago.
Vorrei fosse come un racconto su "Atlantide", un sito ambientale dove prima brulicavano persone e attività e dove oggi sibila il vento e cigola il legno.


12\10\2016                                                                                                                                                                                                      Aldo Pardini


  


I Diavoli di Prizzi

L'otto Aprile, domenica di Pasqua del 2007, una giornata di sole abbagliante preludio di una calda estate isolana.
Ero partito da Siracusa prima dell'alba, prendendo l'autostrada A19 Catania-Palermo, all'uscita Tre Archi, dopo Caltanissetta, avevo seguito le indicazioni per Santa Caterina Villarmosa; da lì altri cento chilometri di curve e sarei arrivato.
Tre ore e mezzo di strada in tutto, attraverso cinque province siciliane.
A Prizzi arrivai appena in tempo per vedere l'uscita della messa.
La gente vestita a festa si scambiava gli auguri mentre a braccetto s'incamminava premurosa verso casa.
Nell'aria profumo di ragù probabilmente pasta al forno, tipico piatto delle feste in famiglia.
Rimasi solo a girare per le viuzze del paese in attesa che i “Diavoli” uscissero nel pomeriggio, impaziente trovai da mangiare e parlai un po' con degli anziani signori di un "Circolo di Ex Combattenti".
La festa dei Diavoli di Prizzi o come si chiama qui “L'Abballu di li Diavuli” è un evento di origine pagana risalente al medioevo incentrato sulla lotta tra il bene (Gesù', la Madonna, gli angeli) e il male impersonato dai Diavoli, vestiti di rosso e la Morte, vestita in giallo.
Un altro significato della festa va ricercato nella fine della rigidità  dell'inverno e l'inizio della stagione buona per le coltivazioni.
Assistere a questa festa per me era il coronamento di anni di viaggi alla scoperta di feste religiose in tutta la Sicilia.
Raimondo Marino, preside di una scuola di Catania, bravo fotografo ed esperto in riti e tradizioni religiose, un giorno mi aveva detto:                                       << Il Ballo dei diavoli di Prizzi è la festa delle feste!>>.

Verso le tre del pomeriggio, le maschere sbucarono da un vicolo, saettando veloci nella stretta via principale, prendevano a braccetto donne e uomini tenendoli in ostaggio con lo scopo di ottenere una bevuta
in cambio della libertà .
Non ricordo di aver fatto scatti particolarmente buoni, in quel momento ero affascinato dalle maschere perché avevano qualcosa di tribale e di antico, sinceramente non so quanto avrei pagato per averne una simile da portare a casa.
La luce non era buona per niente, tagliava verticalmente la via creando delle ombre fastidiose sui volti.
In certi momenti irripetibili si scatta comunque anche se le condizioni sono sfavorevoli, questo per non perdere l'evento poi a casa si piange o si gioisce sul risultato finale.
Alle tre, due processioni distinte entrarono in paese portando rispettivamente Gesù e La Madonna.
Da qual momento, fino a sera tarda lo scopo dei diavoli sarà quello di evitare l'incontro delle due statue; falliranno numerosi tentativi finché sul Calvario un angelo ucciderà la morte facendo fuggire i diavoli, a quel punto Madre e Figlio potranno riabbracciarsi.
Io non potevo aspettare quel momento sarei arrivato tardissimo a Siracusa.
Alle sette montai in macchina e guidai per circa quattro ore fino a casa.
Nella Sicilia interna (quella dei grandi latifondi) le distanze sono grandi fra un paese e l'altro, iniziavo a vedere delle piccole luci brillare fra le colline ma prima di raggiungere un borgo passava tanto tempo.
In un paese (non ricordo come si chiamasse) probabilmente non funzionava l'illuminazione pubblica perché le uniche luci erano quelle delle poche auto e di un bar il cui lume (a causa della porta spalancata) rischiarava il marciapiede e la strada di fronte.
Lungo il muro stavano seduti degli uomini a fumare dei quali distinguevo appena l'ombra e i puntini rossi delle sigarette.
A Lercara Friddi (se ben ricordo) fui sorpreso nel trovare decine di persone che nel buio stavano a parlare nel mezzo alla strada, io rallentai la velocità a passo d'uomo e loro con molta lentezza iniziarono a spostarsi, continuando a parlare calorosamente tra loro, fissando il disturbatore alla guida dell'automezzo.
Passai con cautela facendo cenni di saluto a destra e a manca.
Arrivai a casa stanco ma felice come se avessi compiuto un impresa di altri tempi alla scoperta di terre sconosciute.
Ripensandoci dopo dieci anni riesco a sentire ancora forte quell'emozione, avevo assistito alla verace manifestazione di un popolo molto caratteristico e ricco di contaminazioni culturali.
In tutta Italia sarebbe stato raro rivivere momenti così veraci e spontanei.


11/03/2016         Aldo Pardini.                                                                                                                                           


Incontro a Campo all'Orzo

Prologo

Per il lavoro fotografico "L'Antico Presente" avevo fatto una pianificazione molto dettagliata perchè volevo vedere tutti i paesi presenti nella cartina geografica appartenenti alla montagna lucchese.
Sin dalle prime spedizioni fotografiche sottolineavo con un evidenziatore rosso tutti i borghi e le località che visitavamo.
Volevo essere sicuro di non perdermi niente di particolare, contavo tanto sull'effetto fortuna e la fortuna si sà che aiuta l'audaci e così è stato diverse volte.
Mano a mano che i mesi passavano la cartina diveniva sempre più rossa fino a che dopo circa tre anni mancavano pochi posti da vedere.
Due di questi posti rimasti erano piccoli centri di poche case situati sopra Pescaglia dal nome di Rianchiani e Ritrogoli.
Un pomeriggio di Marzo, per impiegare un paio d'ore di luce percorremmo quella stretta strada posta sul crinale di un monte.
Rianchiani era un luogo con alcune case sparse, poco interessante.
Dopo questo gruppo di case arrivammo a Ritrogoli dove la strada carrabile finiva divenendo una ciottolosa strada sterrata.
Scendemmo per fare due passi e incontrammo Sabatino un anziano ma robusto signore che con la moglie era l'unico residente fisso del piccolo borgo.
Questo signore sorridente e socievole s'intrattenne con noi alcuni minuti parlando del territorio e delle difficoltà di quel tipo di vita lontano dai servizi e dalle comodità.
Fu lui a parlarci di Eva per la prima volta.
<< C'è una donna di quasi ottantanni che vive sola con le pecore a Campo all'Orzo>>, disse.
<<Viveva col fratello ma lui è morto alcuni anni fa e ora vive sola col gregge e due cani. E' una donna forte che vive come nell'800 senza alcun servizio, da poco tempo ha la luce elettrica>>.
Io e Claudio eravamo sbalorditi, ci domandavamo se era possibile incontrarla, parlarci e magari fargli qualche foto.
Sabatino ci disse che era molto schiva ma che potevamo tentare perchè Campo All'Orzo era situato appena sopra Ritrogoli, solo venti minuti a Piedi.
Partimmo subito, dopo aver attraversato una selva buia e umida sbucammo in una piccola e incantevole valle.
Circondato da montagne questo piccolo altopiano aveva delle colline ad uso di fienagione e quà e la erano sparsi dei covoni di fieno.
Il colore dell'erba era giallo segno che l'inverno era finito da poco.
Appena usciti dalla selva siamo passati accanto alle rovine di una chiesa posta sull'incrocio di tre sentieri.
Proprio sull'incrocio si godeva un panorama bellissimo, in fondo alla montagna si vedeva il paese di Casoli e poi Camaiore, all'orizzonte il mare faceva da quinta.
Un vento freddo e vitale ci pizzicava il volto.
Una strada scendeva lato il Monte Piglione in direzione di Camaiore e un altra portava a due o tre case situate proprio di fronte ai campi.
Una di queste case aveva un ovile e un pollaio; era la casa di Eva ma lei non c'era.
Aspettammo un po' ma non la incontrammo.
Sabatino ci disse che molto probabilmente portava le pecore giù a valle dove l'erba era già verde, sicuramente in tarda serata sarebbe tornata a casa ma per noi era buio e tardi.

L'incontro con Eva

Dopo un mese tornammo lassù, eravamo convinti di trovarla a Campo all'Orzo e che la primavera avesse fatto capolino anche in quei luoghi, così come era successo in pianura ma ci sbagliavamo.
Anche se era Aprile inoltrato in questa valle la Primavera non era esplosa ancora.
Cesti di erba secca erano ovunque solo gli alberi avevano già un po' di colore.
Il vento di mare era ancora troppo insidioso e solo scendendo nella valle, verso le case, si stava al riparo.
Cercammo con lo sguardo segni della presenza di Eva ma niente, non c'era nessuno.
Sconsolato ero certo di tornare un'altra volta via a mani vuote.
Ancora una volta la sfortuna ci penalizzava e un'altra occasione andava in fumo.
<< Dleng, dleng>>.
Il vento mi portò all'orecchio un lieve rumore di campanelli e poi silenzio.
Mi fermai, chiamai Claudio e gli feci cenno col dito sul naso di fare silenzio.
Non mi ero sbagliato il suono veniva da una piccola selva al di sopra delle case.
Erano campanelli di pecore.
Scendemmo nuovamente nella valle e appena tentammo di risalire verso la selva si fece avanti un cane, subito seguito da un altro, ed iniziarono ad abbaiare.
<< Zitti voi, zitti! Che abbaiate?>> sentimmo.
Mi feci coraggio e la chiamai, dopo un attimo una donna minuta scendeva agile dal sottobosco.
Si fermò una ventina di metri sopra di noi e così rimase per qualche decina di minuti, il tempo di fare conoscenza e di rompere il muro di diffidenza che ci divideva.
Mi presentai e dichiarai le nostre intenzioni, lei era sempre pronta a rispondere  e a domandare.
Non era scontrosa ma se una cosa non gli piaceva ci metteva un secondo a criticarla.
Portava un cappello in testa, una vestaglia da lavoro con una giacca sulle spalle,
la sua gonna era stata ricavata dalla tela di un ombrello e ai piedi aveva un paio di stivali neri di gomma, alti fino al ginocchio; << Sono contro le vipere!>> disse.
Appoggiata ad un bastone iniziò a parlare di se e della sua vita.
Eva non si era mai sposata, aveva 78 anni e da almeno dieci anni gli era morto il fratello e viveva sola.
Teneva un piccolo gregge e vendeva il formaggio a Casoli, spaccava la legna, tagliava il fieno e lavorava la terra.
I suoi problemi periodici erano il tempo, l'istrice che gli mangiava le patate, i lupi che una sera recente aveva visto e sopratutto il Sindaco di Camaiore col quale lottava di continuo per ottenere servizi e vantaggi.
Aveva ottenuto la corrente elettrica a forza di lamentele e voleva sopratutto una strada carrabile per scendere a Casoli o almeno a Pescaglia.
<< Il Sindaco prende tempo, spera che io muoia presto! Ma io son dura a morire, son di pelle dura io!>> diceva scherzando.
Rimanemmo immobili mentre parlavamo, noi con lo sguardo verso l'alto e lei sopra di noi teneva buoni i cani e scacciava fastidiosi moscerini.
Come fossimo in contemplazione davanti ad una visione mariana temevamo che sparisse da un momento all'altro.
Intanto lei ci parlava della seconda guerra mondiale, delle incursione tedesche alla ricerca di partigiani, di famiglie di pastori sterminate e delle deportazioni come fosse storia di ieri.
Col suo italiano antico (usava vocaboli che svaniranno con lei) parlava del suo piccolo mondo che era divenuto anch'esso teatro di sciagure e morte.
In vita sua non era andata più lontano di Camaiore, mi sorprese quando si dimostrò confusa nel riconoscere dove era situata Lucca.
Ad un certo punto come scossa da un pensiero disse che ci salutava perchè doveva tagliare il fieno per fare il letto alle pecore.
Prontamente gli chiesi se potevamo seguirla e fotografarla, lei non si espresse in modo accogliente ma nemmeno disse di no.
La seguimmo a fatica, saliva rapidamente le piane e con gesti e parole invitava i cani a indirizzare il gregge verso l'ovile.
La cagna adulta eseguì prontamente mentre la piccola figlia rimase con noi acciambellata sull'erba.
Eva continuava a parlare dei raccolti mentre con una mano tagliava l'erba con un vecchio falcetto.
Appena ne accumulava un po' lo pigiava in un corbello intrecciato che in Garfagnana chiamano "capagnata".
Noi si fotografava, incantati non sentivamo neanche più le parole, annuivamo e basta.
Riempito il grosso corbello dalla forma di una ruota se lo caricò sulle spalle rifiutando il nostro aiuto.
Scendeva spedita il sentiero e noi da dietro vedevamo solo la ruota e due gambette che spuntavano da sotto.
Intanto scuriva, capimmo che era l'ora di andarcene.
Lei con la canina giovane volle accompagnarci fino alla Chiesa Abbandonata.
Il vento tornò a spettinarci i capelli, il mare, fra Il monte Piglione e il Prana, luccicava, lei non c'era mai stata.
Eva si sedette su un cesto di erba mentre la canina la tormentava in cerca di carezze, l'ultimo sole la salutava abbagliandola.
Prima di salutarla ci disse << Mi troverete qui.>>,
<< Finchè posso faccio la vita che ho sempre fatto a Campo all'Orzo, quando il Signore Benedetto mi vorrà a se, spero che mi prenda qui>>.
Scendemmo per il boschetto quasi al buio, il fresco del sottobosco pungeva le narici.
Provavamo uno stato di incredulità, di esaltazione e di riconoscenza per ciò che avevamo vissuto.
Non sembrava vero ma i nostri sogni si erano avverati.
Avevamo lavorato anni per completare il nostro lavoro fotografico sulla vita di montagna.
Avevamo parlato e fantasticato su come doveva essere la vita montanara nel passato e quel giorno avevamo conosciuto una superstite di quel mondo lontano.
Eva era l'incarnazione della nostra ricerca fotografica di quegl'anni.
Emozionati, da questo viaggio nel passato, salimmo in macchina e lentamente tornammo verso la civiltà, verso la città, le insegne pubblicitarie, il traffico e la modernità.
Tutto questo ci faceva riflettere sulle difficoltà di quel mondo arcaico ma anche sulle futilità di questa nostra epoca.


                                                                                                                                                                                                                              Aldo Pardini


L'Onorata Società

Questa che vado a ricordare e a raccontare è una delle esperienze più enigmatiche e misteriose che mai mi siano capitate nei miei pellegrinaggi fino ad oggi.
Non capisco ancora se è stato un episodio reale o immaginato e se la vicenda vissuta possa suscitare divertimento o inquietudine.
Visto che scrivo a più di dieci anni di distanza posso affermare che questa avventura è stata una delle più fortunate che mi siano capitate come fotografo e come curioso, quale sono.
Era il gennaio del 2002, abitavo a Siracusa da nemmeno un anno.
A Natale , durante una vacanza in Toscana mia madre ci aveva regalato, a me e a mia moglie Giusy, una vecchia cassapanca di legno che apparteneva a mia nonna.
Tornati a Siracusa, Giusy aveva pensato di farla ristrutturare e così aveva cercato Bruno, un suo conoscente restauratore di mobili antichi.
Basso, rotondo e baffuto, Bruno si presentò qualche giorno dopo a ritirare la cassapanca.
Disponibile e socievole aveva, come spiega bene Leonardo Sciascia, una punta di "Super-omismo" cioè una sorta di gallismo o meglio un atteggiamento di superbia molto comune nei maschi siciliani ma non presente in tutti, per fortuna.
Seduti a tavola per un caffè. parlammo delle nostre vicende di vita ed incuriosito dalla stanzetta che avevo adibito a camera oscura mi fece alcune domande sulla mia passione per la fotografia.
<< La Sicilia più bella è quella alle falde dell'Etna, ci sono dei paesaggi da favola!>> disse.
Risposi che ero d'accordo ma che in realtà io non amavo le foto di paesaggio ma preferivo fotografare le feste e le tradizioni ricercandone le tracce nelle espressioni e nella gestualità della gente.
A quel punto lui mi fermò e mi disse: << Vuoi vedere qualcosa di originale?>>
Risposi << Certo e che cosa?>>
<< Non ti dico di cosa si tratta, fidati è una cosa molto particolare! Ma sono sicuro che non verrai perchè occorre alzarsi molto presto, alle 5 e 30 di domattina verrei a prenderti!>> affermò con aria di sfida.
Gli risposi che accettavo e che per la fotografia ero abituato ad alzarmi presto, spesso e volentieri.
Il Mattino dopo alle 5 e 30 in punto scesi sotto la palazzina e lui era già li' che mi aspettava, fuori dal cancello nella sua macchina.
Salii a bordo ma lui rimase vago circa la nostra destinazione, disse che saremo andati a prendere un amico e che poi saremmo andati fuori Siracusa.
Avanzavamo per le strade ancora buie della città; in una strada insonnolita ci fermammo lungo un marciapiede.
Dopo un po' un uomo sulla quarantina vestito in jeans si avvicinò a piedi.
Io uscii per sedermi nel sedile posteriore, lui gettò la sigaretta e si presentò come Sebastiano.
Occhi chiari, robusto ma non grasso, riccioli neri e carnato scuro con una cicatrice malamente rimarginata sotto l'occhio destro.
Parlai un po' di me e delle mie intenzioni e poi feci silenzio per non sembrare più invadente di quello che già emi sentivo.
Dai loro discorsi in dialetto cercavo di carpire dove e cosa avremmo fatto ma non riuscivo a capire niente di utile.
Intanto immaginavo possibili storie, pensavo di vivere un film come quello di Alberto Sordi in cui torna in Sicilia per una vacanza e viene mandato a compiere un delitto mafioso, assurdo!
Mi riscuotevo subito e intanto eravamo usciti dall'autostrada a Cassibile procedendo poi per una via dell'interno tra gli ulivi.
Non ricordo bene la strada, se girammo e dove.
Un uomo seduto su una vespa rossa stava sul fianco della strada.
Bruno rallentò: << E buongiorno! A posto semo?>> gli disse, l'uomo fece un cenno con la testa e mise in moto la vespa.
Dopo un chilometro, arrivati davanti ad un cancello, scese, lo aprì per farci entrare con la macchina e subito dopo lo richiuse.
Dentro di me la curiosità o forse l'incoscienza superavano la preoccupazione; mi fidavo.
Nella proprietà circondata da ulivi e mandorli c'era una villetta in bozze, ai lati c'erano una o due costruzioni, probabilmente magazzini agricoli.
Altre auto erano parcheggiate nel cortile della villetta, scendemmo di macchina e ci dirigemmo a piedi verso una porta spalancata posta al piano terra.
Entrammo in uno stanzone buio con in fondo una finestra con gli scuri aperti.
Tre o quattro uomini stavano seduti ai lati di una lunga tavola e un'altro uomo stava seduto in cima a capo-tavola verso la finestra.
Non riuscivo a vedere in quel controluce ma qualcuno accese una lampadina e cominciammo i saluti.
Bruno mi presentò al gruppo di gente che io salutai ad uno ad uno.
Quando venne il turno del signore a capo tavola, Bruno disse:<< Ti presento il Maestro, chiamalo così!>> .
<< Ci siamo!>> pensai, << In che situazione mi sono trovato!>>.
Poi imbarazzato, nel silenzio totale, spiegai quali erano le mie intenzioni e le modalità di questa mia passione per la fotografia.
Mi fu offerto un caffè e mi sedetti.
Il Maestro, sui settant'anni con baffetti brizzolati, mi accolse con simpatia e si disse lieto di avermi come ospite.
Ad un certo punto interruppe il vocìo nella stanza dicendo: << Bè iniziamo..>>,
poi rivolto a me:<< Tu lo sai cos'è la Mafia?>>
Deglutii e poi balbettai:<< Si qualcosa.....emh..ho letto qualche libro..>>, ero in tilt, non sapevo che dire.
Fu lui a togliermi d'imbarazzo iniziando a spiegarmi la storia della Mafia anzi dell'Onorata Società come preferiva chiamarla lui.
<< L'origine di questa Società è da datarsi intorno alla metà del 1600, il suo fine   originario non era malavitoso ma era una sorta di Società di Mutuo Soccorso fondata per aiutare i concittadini o paesani in difficoltà.>>
<< All'Onorata Società partecipavano tutte le persone influenti che previa un giuramento religioso si mettevano a disposizione del popolo per aiutarlo e difenderlo in tutti i modi possibili.>>
Il Maestro parlava piano e nella stanza non volava una mosca.
Continuò: << Una leggenda dice che tre fratelli spagnoli fuggirono da una prigione di Toledo e giunsero nel Regno delle due Sicilie precisamente nell'Isola di Favignana.
Questi fratelli, in contrasto con i regnanti dispotici e tiranni, istruirono le genti  insegnando loro regole di onore e di omertà e leggi per autoamministrarsi segretamente.
In tutto il Meridione si crearono le prime società segrete e furono adottati questi  codici in Sicilia, in Calabria e a Napoli.
Da allora tutti gli uomini d'onore rimasero legati da giuramenti e fratellanze.
Se qualcuno subiva uno sgarro, la società si riuniva e decideva come e chi doveva rimediare al torto subìto.
Se occorreva battersi venivano usate tecniche di lotta col coltello e col bastone.>>
<<Questo>> precisò  il Maestro, << Solo con lo scopo di ottenere giustizia e soddisfazione in una terra in balia di soprusi e sfruttamenti di ogni tipo.>>
<< Noi ci riuniamo per conservare e tramandare quelle tecniche di lotta antiche.>>.
Mi rilassai e chiesi loro il permesso di fare una fotografia ma riuscii solo a farne una in controluce.
Prima di alzarci il Maestro prese un limone e lo divise a spicchi poi lo offrì a tutti i commensali, anche a me.
Uscimmo fuori.
Gli uomini a due a due si sfidarono a duello con i bastoni e poi con il coltello, simulato da un bastoncino di legno.
Non si facevano male, si muovevano con grazia e le loro movenze parevano quelle di una danza, ero incantato.
Alla luce di quell'aia, immersa nel verde degli ulivi, i timori e le oscure tematiche trattate a tavola erano svanite completamente.
Durante l'incontro, quando un uomo toccava l'avversario in un punto vitale, il maestro fermava il duello dichiarando la "morte" del perdente.
Scattai alcune foto pensando a come sarebbe stato interessante se i duellanti si fossero vestiti con i costumi tradizionali siciliani: coppola, camicia bianca e gilè nero.
Verso le undici ci sedemmo e iniziarono i saluti.
Mi fu offerto di entrare nel loro gruppo ma rifiutai con cortesia, spiegai loro che il mio interesse aveva come fine la ricerca artistica e null'altro.
Ringraziai uno ad uno.
Quando venne il turno del Maestro lui chiese riservatezza su ciò che avevo visto.
Chiese anche, di non divulgare quelle fotografie che avevo fatto.
Dissi di si, che gli avrei stampato e regalato alcune foto; lui mi dette una breve spiegazione.
<< Questi incontri non sono mai piaciuti a chi detiene il potere politico, dai tempi del Re, alla dittatura, fino alla Repubblica è nostro interesse rimanere nascosti nell'ombra.>>
Con questa frase ritornavo di colpo a pensare di aver assistito a qualcosa di segreto e in qualche modo di speciale.




16\04\2016                                                                                                                                                                                                        Aldo Pardini


Il mio Padule

Amo il padule da sempre, da quando qualche estate fa, il mio nonno Fernando mi gettava in acqua nel “chiaro” a fare il bagno mentre mia nonna preparava il pranzo nel casottino di legno.
Un posto indescrivibile per un bambino.
Un regno fatato dove tutto galleggia e le nuvole bianchissime si rispecchiano nei fossi calmi e cupi.
Oggi questi luoghi sono abbandonati quasi del tutto ma la magia non si è sopita.
La solitudine e il silenzioso fruscio delle cannelle rimandano la memoria a tempi lontani quando i cacciatori si preparavano per “la tela” delle folaghe e Giacomo Puccini guidava le barche con i suoi rematori.
Questo è un luogo di poesia e di ispirazione.

L’anima si fa leggera su queste acque.

Nel silenzio il volo di un germano mi fa sobbalzare e forse per un istante ritorno bambino, nonno mi tira fuori dall’acqua e mi asciuga:

- Vieni o bi’ la pasta è nel piatto!


Pastori a Capraia

“Lo sai cosa credo io?”

“Credo che tra tanti anni l’uomo tornerà nei boschi”.

“Morirà almeno mezzo mondo per via di un’altra grande guerra, i soldi non varranno più nulla e i vivi torneranno alle cose di una volta perché avranno fame!”

“Qui c’è legna, c’è terra e da mangiare, d'altronde il lavoro non mancherebbe nemmeno oggi ma non c’è più la voglia di sudare!”

Non serve una laurea per esprimere dei pensieri così tragici e realistici basta vivere a Capraia, esserci nato e fare il lavoro che facevano tuo padre, i tuoi nonni e molti altri prima di loro.

Fermarsi a fumare una sigaretta con alcuni amici e riflettere, in un dialetto antico e colorito su un mondo che si è dissolto sotto i propri occhi.

E’ arrivato il progresso si, questo è evidente, le strade, la corrente elettrica, le medicine e quanto ancora.

La nostra vita è diventata più leggera, meno faticosa, siamo tutti signori e possiamo anche andare al ristorante quando vogliamo.

Così abbagliati dal benessere, dal miglior futuro regalato ai nostri figli ci siamo ritrovati anziani e soli in un mondo che non è più il nostro.

Finché quella luce ci accecava guardavamo in basso, stavamo piegati sul lavoro e sfruttavamo il possibile poi con il tempo la luce si è affievolita, come quando una candela sta per spegnersi.

Non avevamo il coraggio di disprezzare la fortuna che c’era piovuta ma non potevamo parlare di certi argomenti guardandoci negli occhi.

Cos'è quella vergogna, quel timore.

La paura del fallimento, della solitudine e forse del tradimento.

Abbiamo iniziato a parlarci con il groppo alla gola.

Omero ha 84 anni vive solo con la moglie e le sue bestie, i suoi figli se ne sono andati, vivono lontano da loro.

E’ stanco, i figli gli hanno chiesto di lasciare tutto e di andare a vivere con loro ma lui non si muoverà di un passo.

Ha visto cosa si cela sopra la luce, ha vista la crudezza della realtà, vuole morire in una terra amica.

La sua casa è stata costruita da suo nonno in cima ad un colle riparato dalla fredda tramontana.

A tre passi dalla porta di casa ci sono le sue mucche, i maiali, il pollaio e l’ovile.

Dalla finestra di cucina vede il mondo frenetico da lontano, in fondo alla valle.

Lui li è in pace.

Omero e sua moglie Maria si svegliano presto e si danno subito da fare, fino a sera non c’è riposo e solo un bicchiere di vino è la distrazione fra una fatica e l’altra.

Vuole morire li, fra i suoi monti, in un prato, mentre sonnecchia durante il pascolo.

Mentre bevono, lui e il suo amico Silvano, si danno pacche sulle spalle scherzano e ricordano le imprese di gioventù non senza qualche innocua bugia.

Fra un bicchiere e una sigaretta rivedono l’antico mondo della loro infanzia e disprezzano i politici e gli enti, colpevoli secondo loro di rovinare quel mondo e la loro vita libera. Silvano è solo, sua moglie è morta nel dicembre scorso, lui ha voluto che una piccola lapide, in sua memoria fosse murata davanti alla loro casa, rivolta alle montagne.

Nemmeno lui ha voluto lasciare questa terra, gli fanno compagnia un gatto e una mucca ed ha dovuto accettare l’uso del telefonino per comunicare con i suoi figli.

Dopo aver pulito la stalla, Maria invita i tre amici ( il terzo si chiama Angelo) a fare colazione in casa.

Sul tavolo di cucina arrivano il pecorino fatto da Omero e la pancetta preparata lo scorso inverno.

Angelo tira fuori il suo coltello dalla tasca ed affetta un po' di pane.

Lo scorso giovedì alcuni animali selvatici, forse cinghiali, gli hanno devastato un campo di patate e lui medita fra una bestemmia e l’altra di costruire una recinzione interrata.

“ E se sparo e n’ammazzo un paio?” dice con sarcasmo.

“ Rischio una spiata e la galera!”

“ A me succederebbe sicuro, a chi ruba e violenta non fanno mai niente”.

Dopo un caffè ed un grappino, i tre amici si salutano.

“Il lavoro attende e chi si ferma e pensa poi la notte non riposa” dice Silvano.

Omero fa un sibilo con la bocca, subito arrivano i suoi tre cani che con un gesto lui indirizza verso il sentiero che porta al gregge.

Si mette la giacca sulle spalle ed aiutato dal bastone s’inerpica per il sentiero.

Nuvole minacciose si formano alle alture ma lui non ha paura. 

E’ sereno perché è in armonia con la natura e da sempre vive secondo le sue leggi, amandola e rispettandola.

 

01/10/2009                                                                                                                                                                          Aldo Pardini          

 


Gennaio 1996

Il filmato toglie ogni equivoco, era il sei gennaio del 1996.
C'era un forte vento di mare che mi entrava nella pesante giacca verde scolorito che avevo preso al mi babbo.
Come ho fatto a farti svegliare alle sei di mattina?
A distanza di sei anni e cinque mesi proprio non me lo sò spiegare.
Un miracolo dell'insistenza.
A guardarti mentre barcolli sulla passerella di tavole sorrido, ti vedo già a testa in giù nell'acqua limosa.
Se caschi almeno ti svegli totalmente, penso diabolicamente.
La strada è più lunga di quello che ricordavo ed il freddo vento non facilita il nostro equilibrio.
In qualsiasi momento una tavola marcita e indebolita dal ghiaccio potrebbe spezzarsi e l'idea di vedere la telecamera e la minolta, nuova
di zecca, in fondo all'acqua mi preoccupa di più di farmi un bagno.
Ci siamo!

Scendiamo due scalini scivolosi e siamo dentro il capanno per l'avvistamento.
Qui siamo abbastanza riparati e il vento ci fa meno paura.
Sdraiato su questo divano, dentro un nido di cemento a centinaia di chilometri, la memoria si illumina come se fosse stata accesa una torcia
nell'anfratto più buio che vi si contiene.
Ricordo tutto o quasi.

Il nastro gira lentamente ed il suono del vento mi riporta dentro quel giaccone.
<<Guarda, guarda a ore dieci!>>
Era il periodo che eri fissato con queste ore.
Ti giuro che mi sforzavo a capire dove volevi che guardassi ma era inutile.
Anche a Viareggio, in passeggiata, due o tre volte m'hai bisbigliato<< Che donna! Che donna! A ore tre , guarda, svelto!>>
Io giravo la testa come un girasole ma prima di capire che donna mi volessi indicare, riuscivo a malapena a vedere la sua nuca, che spariva
nella folla della domenica pomeriggio.
Anche ora la stessa cosa,con la telecamera mi giro all'impazzata a destra e a sinistra fino a che non urto l'obiettivo nel legno della finestra.
<<Eccolo! Stai zitto!>>
Nell'acqua a pochi metri davanti a noi vedo un cormorano che nuota a testa alta fiutando un probabile pericolo.
Con cautela cerco di riprenderlo ma l'emozione mi provoca un fastidioso tremolio che oggi, in tv, risulta molto fastidioso.
<<Fa lo stesso!>> penso, mentre appoggio il telecomando sulla pancia.
Quel cormorano e quei gabbiani lontani, lottano con il freddo e la fame di un gennaio avaro.
Mentre una folaga scivola faticosamente sull'argento increspare del lago, penso hai suoi anatrini rimasti in un precario nido poco lontano
dalla vigilanza della madre.
<<Quanti saranno?>>  non più di due, penso.
Avranno certamente fame e chiameranno la madre con acuti cinquettii, inconsapevoli di invitare a pranzo qualche falco pellegrino o qualche volpe.
Non lontano da noi, mi colpisce un gabbiano che tenta invano di restare in equilibrio su un palo.
Il vento lo abbatte continuamente ma lui insiste, con un colpo d'ala si rimette in piedi pronto a ricevere una nuova spinta.
<<Quale sarà il futuro di quel gabbiano in questo triste gennaio?>>
Io ho appena compiuto ventidue anni e te nicola ne hai solo uno più di me.
Quando ci decideremo a salire su quel palo?
Che faremo domani?
Il giorno prima di Natale mi sono congedato.
<<Anche il militare l'ho fatto!>> mi dico. <<E' finita!>>
Gioisco solo al pensiero della ritrovata libertà.
Sai Nicola, in quei giorni si era chiuso il primo capitolo della mia vita.
Il futuro mi aspettava ed io mi incamminavo verso ben più grandi responsabilità con passo indeciso.
Il nastro gira lentamente e come il tempo lascia un nodo in gola.
Ma quel ragazzo con l'orecchie gelate sono ancora io?
E quell'incoscienza dovè finita?
E i miei desideri di allora si sono avverati?
In fondo non avevo chiesto molto.
Il gabbiano ora prende il volo, sfreccia verso oriente ma il nastro ora è finito.
Rimango in silenzio sul divano e non penso che a quel volo interrotto bruscamente.
Tolgo la cassetta dal videoregistratore e noto che il nastro è ancora a metà.
Quella metà, Nicola è il nostro futuro ancora da incidere.
Il volo del gabbiano continuerà verso posti sconosciuti e solo lui potrà decidere dove si poserà.
E noi, Nicola non possiamo aspettare la fine della cassetta per conoscere il nostro avvenire.
Viviamo ogni momento, assaporiamo ogni emozione perchè il futuro è oggi.

Siracusa 10/06/2002                                                                                                                                               Aldo Pardini                    


Lettera a Saverio Altamura

Caro amico.
E’ tempo ormai che ti scriva, visto che la tua presenza si è fatta avara dai tempi delle sere fiorentine.
Quasi nove anni sono passati ma il pensiero mio e degli altri spesso ritorna a te e al tuo istinto pittorico.
Dopo le mie nozze con Eletta non ho più sentito in te quel compagno che eri.
So dei problemi di salute che ti hanno afflitto fino ad ieri e mi rammarico se la mia voce e la mia presenza si sono fatte attendere.
Credimi non son io ma è la vita che condiziona le nostre scelte.
Ho chiesto spesso a Telemaco di te e delle tue vicende ma tu sai come il nostro comune amico sia restio a dare chiarimenti e approfondimenti.
Tanto vorrei sapere come vivi e quali sono i pensieri che tieni per te gelosamente.
In me hai sempre trovato un confidente, com’io in te e questo silenzio mi pare di un abbandono prematuro.
Cosa accadde? Dove errai?
Forse peccai di presunzione o distrazione.
Forse alcune ree parole sibilarono non curanti dalla mia bocca e non mi accorsi.
Offendimi, puniscimi ma parla per Dio!
Non sono lontane le nostre serate all’Orologio dove scoprimmo i misteri dell’arte e dove spensierati correvamo come puledri in corsa.
Ricordo ancora le nostre notti alla taverna dove ridevamo fra gli eccessi e dove riuscisti a far bere pure Giovanni.
Mi mancano quelle serate ma non possono più tornare ormai.
Incontro talvolta Giovanni e Telemaco e parliamo confrontando le nostre opere.
Giovanni è sempre stato uno scalino sopra di tutti ma questo certo non ci placava negl’intenti.
Eravamo giovani e spensierati ma ancor oggi non mi sento meno, apparte i primi acciacchi.
Ricordi la riviera ligure?
A Manarola passammo i nostri giorni più belli.
Tu correvi con un entusiasmo senza pari alla cattura degli ultimi scampoli di luce, e che luce!
Telemaco meditava come al solito mentre io con Giovanni e Silvano compivamo frettolosamente i nostri schizzi sui taccuini.
Che sensazioni provammo, la luce ci mandava in estasi, mai a Firenze avevamo visto niente di simile.
Alle cinque terre tutto inebriava ed i nostri risultati premiarono quegli sforzi.
Dopo i successi di Palazzo Vecchio uscimmo dall’oscurità, eravamo ormai pittori conosciuti, <<Quelli della Macchia!>> ci chiamarono e tutti eravamo fraterni e compatti.
Poi gl’impegni ci hanno diviso e forse qualcosa si è incrinato in quel momento.
Tu pian piano sei come svanito ed io forse l’ho fatto con te.
Avevi la possibilità di riaffermarti anche te, perché non l’hai fatto?
Perché hai lasciato che il buio ti ricoprisse lentamente.
Eravamo tutti concordi e nessuno di noi poteva dichiararsi migliore di un altro ma tu ti sei fermato.
Quale sinistro tormento ti ha così travolto l’animo?
Come hai potuto perdere in pochi giorni le tue convinzioni e  le tue passioni vitali?
Ah! Saverio. Che dolore provai, quando sentii dalle tue parole che avevi abbandonato la tavolozza.
Un dispiacere misto a rancore perché si può accettare una scelta solo se se né conoscono i motivi.
Ma le tue scuse sono fragili come fiori di campo e le tue parole risuonano false nella mia mente.
Come puoi smettere di dipingere? Non è possibile farlo.
Può finire un’amore per una dama, può finire un’opera quando è ultimata e può scendere il buio dopo il giorno ma la passione per l’arte non può esaurirsi.
Essa è nata in te come i polmoni, il cuore,i nervi e tutti gli organi che madre natura ti ha donato.
Si può forse decidere di fermare i polmoni?
Si può spegnere il cuore così come si smorza una candela?
Solo la morte lo può ma tu no!
La pittura non ha  lo stesso valore del gioco delle bocce o del tiro a bersaglio.
Si può disfarsi di un remo e di una racchetta ma non di un pennello,non tu!
Quello che hai scoperto, ascoltato, assaporato, riprodotto è venuto dal tuo spirito e non da un bisogno  materiale.
Tu inganni noi ma soprattutto tradisci te stesso.
Non descriverti come un superficiale sgherro da taverna.
Il tuo estro, la tua sensibilità sono represse in te.
Stai soffocando la tua vocazione per interessi malsani e terreni.
E poi se non arte,l’amicizia almeno o hai smesso forse anche quella!
Ti sei fatto spesso desiderare e ti sei negato in modo astioso ed evidente cosa mi vuoi far capire?
Sono così rivoltante da meritare la tua sgarbata indifferenza?
Sono un visionario ma non sono cieco.
Oggi a Castiglioncello la luce ci avvolge con i suoi veli di gioia.
L’estate sembra essere mai finita e io e Silvano, ogni mattina, ci alziamo di buon ora, scendiamo alla fondata per dipingere i pescatori.
Che magia, che atmosfera…mi sento uno di loro.
Mercoledì siamo andati con Attilio a vedere la vendemmia.
Silvano si è così commosso che si è messo al lavoro anche lui.
Manchi solo te.
La Gina la sera prepara spesso quella zuppa di pesce che tanto ti piaceva e un buon fiasco di nero non manca di certo.
Poi dopocena, restiamo a parlare d’arte fino a tardi, fumando un buon toscano in tutta quiete.
Non possiamo desiderar di meglio in questa vita per ingannar la morte.


 
Castiglioncello
Ventiquattro settembre 1886                                                                                                                                                     Odoardo Borrani



A.V.net.
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Produzione Lando Rapidi.       


Festa del Crocifisso

La Festa del Crocifisso di Filettole

La seconda domenica di Marzo si tiene, nel nostro paese, la Festa del Crocifisso popolarmente detta “Festa di Marzo.”
Per quasi quattro secoli questa celebrazione ha scaldato gli animi dei filettolini.
Storicamente i fatti andarono più o meno così:

Nel 1632 la Toscana era dilaniata da un epidemia terribile e incurabile: la peste bubbonica o peste nera.
Il male, intorno alla primavera del 1632, era arrivato alla riva opposta del Serchio (lato Ripafratta).
Si sperava che il fiume frenasse il morbo ma così non fu.
In estate una quarantina di filettolini contagiati morirono.
Il 12 agosto, il parroco di allora Don Lorenzo Bocca, insieme ad alcuni paesani, decise di portare in processione il Crocifisso di legno per le vie del paese.
In quel caldo mattino, il piccolo corteo attraversava pregando un paese ridotto ormai ad un lazzaretto.
Arrivati a metà dell'odierna via Marconi avvenne il miracolo: piovve!
La pioggia benevola dette speranza ed il morbo allentò la morsa.
Per festeggiare, con acqua, riso e farina si prepararono delle frittelle che vennero offerte a tutti i paesani.
Ogni anno da allora la mattina del secondo venerdì di Marzo si fa una processione per le vie del paese.
Anni fa nel luogo in cui si è avverato il miracolo la processione si fermava a pregare ma oggi non si usa più.
A mezzogiorno le mamme e le nonne mettevano in tavola le profumate e deliziose frittelle che avevano preparato e fritto durante il mattino. 
Quando da bambini il Pievano ci narrava la storia del miracolo del Crocifisso rimanevamo a bocca aperta, <<Gesù è venuto a filettole!>> dicevamo.
Durante la messa della domenica guardavamo meravigliati il bellissimo Crocifisso che dalla sua teca emanava rispetto e protezione.
Oggi, che abbiamo perso memoria, fede e ideali in cambio di cinismo ed indifferenza quel Crocifisso resta l'unico simbolo di fede, di solidarietà e di unità.

 


                                                                                                                                                                                                                                                 Aldo Pardini


Istruzioni per l'artista

 

Sappi che non sei obbligato ad esser vuoto,

 

puoi pensare da solo senza per forza seguire il branco,

 

se vogliono emarginarti non aver paura,

 

l’ignoranza è più fredda della solitudine,

 

leggi cosa ti rende più leggero,

 

studia cosa ti eleva dal materialismo terrestre,

 

taglia le sue radici che ti tengono immobile nel fango,

 

parla d’argomenti che vanno fuori del consueto,

 

allarga il tuo punto di vista verso lo spazio,

 

esci dallo stretto corridoio dell’approssimazione,

 

esprimiti con ogni mezzo artistico e umano,

 

osserva la natura e ciò che ti muove intorno,

 

traspirane gli aspetti più soavi,

 

imbratta le bianche tele della tua mente con ciò che provi,

 

esterna ciò che hai distillato senza alcun fine

 

se non quello di cambiare la vita a solo un altro uomo come te.

 

 

 

 

                                                          24\09\09                                                                             Aldo Pardini